La zuppa del demonio. Quando l’industria e gli operai facevano sognare l’Italia. Il Trailer.

“La zuppa del demonio” è il termine usato da Dino Buzzati nel commento a un documentario industriale del 1964, Il pianeta acciaio, per descrivere le lavorazioni nell’altoforno. Cinquant’anni dopo, quella definizione è una formidabile immagine per descrivere l’ambigua natura dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso. È questo il tema del nostro film: l’idea positiva che per gran parte del Novecento (almeno fino alla crisi petrolifera del 1973-74) ha accompagnato lo sviluppo industriale e tecnologico. Perché è facile oggi inorridire davanti alle immagini (proprio de Il pianeta acciaio) che mostrano le ruspe fare piazza pulita degli olivi centenari per costruire il tubificio di Taranto che oggi porta il brand dell’ILVA: eppure per lungo tempo l’idea che la tecnica, il progresso, l’industrializzazione avrebbero reso il mondo migliore ha accompagnato soprattutto la mia generazione, quella nata durante il miracolo economico italiano.

La zuppa del demonio

La zuppa del demonio

Per raccontare questa eccentrica epopea abbiamo deciso di evitare commenti di storici, interviste ad esperti e didatticismi vari. Abbiamo preferito andare alla sorgente, usando i bellissimi materiali dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, dove sono raccolti cento anni di documentari industriali di tutte le più importanti aziende italiane. Abbiamo fatto parlare il film con le loro voci e le loro immagini, riservando al montaggio il compito di esprimere il nostro punto di vista di narratori. Quello che più ci interessava non era svolgere un discorso storico, politico o sociologico: ma provare a restituire il senso di energia, talvolta irresponsabile ma meravigliosamente spencolata verso il futuro, che è proprio ciò di cui sentiamo la mancanza oggi. Non per macerarsi in una mal riposta nostalgia: ma per capire come siamo arrivati dove stiamo ora.

Davide Ferrario, da: http://marziamilanesi.eu/wp-content/uploads/2014/07/LA-ZUPPA-DEL-DEMONIO_pressbook3.pdf

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L’ex centrale Netti di Sugano potrebbe illuminare le aree archeologiche del Parco Archeologico Ambientale dell’Orvietano

Per gentile concessione di: TuttOrvieto24.it

Resti di una turbina della centrale di Sugano

Resti di una turbina della centrale di Sugano

A marzo del 2005 il Comune di Orvieto acquistò dalle Società ENEL S.p.a. e Dalmazia Trieste s.r.l. il complesso immobiliare dell’ex impianto idroelettrico “Netti” situato nella frazione di Sugano per recuperarlo e destinarlo a Centro di Documentazione per le Energie alternative. “L’Amministrazione Comunale – sostiene il Sindaco, Giuseppe Germani – intende ripartire da quel progetto per realizzarlo in modo definitivo, addirittura adeguandolo, fino a utilizzare l’energia prodotta dall’impianto per dare luce alle aree archeologiche del PAAO. Dopo circa dieci anni dall’acquisto del bene, che nel 2006 venne inserito appunto nella progettazione del Parco Archeologico Ambientale dell’Orvietano, ora c’è il tavolo di progettazione europea riferito al comparto ‘Aree Interne’ nelle cui linee di finanziamento intendiamo attivarci. Il nostro riferimento sono i canali di finanziamento per il recupero di manufatti dimessi di archeologia industriale, per la valorizzazione delle fonti rinnovabili e per la realizzazione di percorsi didattico-educativi e turistico-ambientali”. “Le premesse ci sono tutte – prosegue – occorre soltanto essere operativi. Tra le prime questioni su cui lavorare, c’è l’individuazione del soggetto privato attuatore del progetto, dal momento che la programmazione dei fondi comunitari privilegia i soggetti privati”. Per realizzare tale obiettivo, nei giorni scorsi è stato costituito un gruppo di lavoro composto dai tecnici comunali Ing. Mario Angelo Mazzi e Arch. Rocco Olivadese e dai concittadini Sigg.ri: Gianfranco Agnusdei Pensi, Claudio Bizzarri, Rodolfo e Davide Bracchetti, Ugo Cinti, Marco Gaddi, Michele Golia, Valentino Maggi, Alfredo Paolantoni, Enrico Petrangeli, Renato Rosciarelli e Renzo Rossi. Il gruppo sta già verificando la fattibilità del ripristino del tratto di condotta andata distrutta e della ricostruzione dell’accesso, ma anche delle verifiche di attingimento idrico alla sorgente di Sasso Tagliato che alimenta l’acquedotto della città. L’ex Centrale idroelettrica di Sugano ha una storia che risale al 3 aprile 1895 quando venne stipulato il contratto fra il Comune di Orvieto e l’Ing. Aldobrando Netti (personaggio di spicco del mondo politico ed economico sullo scorcio del XIX secolo, sino al 1925, anno della sua morte) per la realizzazione dell’impianto per la produzione di energia idraulica, denominato “Officina Netti”. Il complesso di più edifici venne realizzato a valle delle sorgenti che sgorgano alla base del promontorio su cui sorge l’abitato di Sugano, già utilizzate quale fonte di acqua potabile per la città di Orvieto. Lungo il Fosso del Leone, sulla destra idrografica, si scavarono delle cisterne (in parte realizzate direttamente nel masso basaltico), che fungevano da riserva sia per l’Officina che per l’acquedotto. La condotta forzata univa l’opera di presa alla centrale dopo un dislivello di circa 77 metri e una distanza di 600 metri, alimentando inizialmente una turbina di una potenza di 47.000 watt. Nel maggio 1901 con l’energia delle centrale Netti venne creato il primo impianto di illuminazione elettrica del Teatro Mancinelli, mentre furono molte le ricadute anche nel campo delle piccole attività industriali ed artigianali orvietane che trovarono nuovo impulso alla produzione con possibilità di implementare i propri macchinari. Oggi tra la vegetazione spontanea che ricopre le sponde del Fosso del Leone, si trovano i resti sia delle vasche di raccolta dell’Officina vera e propria che conserva in parte i macchinari utilizzati sin dal 1945. Nell’ambito del P.A.A.O., l’Amministrazione Comunale ha previsto il recupero della centrale Netti offrendo uno spaccato di archeologia industriale unico nel suo genere per l’area del Parco stesso.

Il Movimento 5 Stelle presenta una interrogazione in Senato sulla Telfer

La Telfer di Papigno

La Telfer di Papigno

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01210

Atto n. 3-01210 (con carattere d’urgenza)

Pubblicato il 16 settembre 2014, nella seduta n. 311

MONTEVECCHI , LUCIDI , CAPPELLETTI , NUGNES , PAGLINI , SERRA , PUGLIA , CIOFFI , SANTANGELO , CATALFO , MORONESE , MANGILI , DONNO – Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. –

Premesso che:

la funzione pubblica di tutela del patrimonio culturale e ambientale assurge alla massima dignità legislativa con l’introduzione, nella Costituzione repubblicana, dell’articolo 9 nel quale si afferma che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”;

la Repubblica italiana ha adottato il preciso indirizzo di assumere tra i compiti essenziali dello Stato la promozione, lo sviluppo e l’elevazione culturale della collettività, nel cui quadro si inserisce come componente primaria la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico;

dal secondo dopoguerra si è sviluppata anche nel nostro Paese una nuova coscienza urbanistica e architettonica che ha individuato nei manufatti della cosiddetta archeologia industriale un patrimonio degno di tutela e di recupero;

attraverso lo studio e la conservazione di testimonianze materiali del lavoro operaio, del progresso tecnologico e dello sviluppo economico, è stato garantito il rispetto dell’identità di parti di città e gli opifici recuperati, dalle caratteristiche ingegneristiche e architettoniche spesso ardite e singolari, sono stati destinati con successo ed esiti di grande valenza agli usi più disparati;

in Italia numerosi casi di riqualificazione di interi quartieri iniziati proprio attraverso il recupero e il riuso, spesso a fini pubblici e sociali, di tali manufatti, offrono felice testimonianza della qualità e del valore di tale patrimonio;

considerato che:

a Terni, all’ingresso della Valnerina, in un’area limitrofa al paese di Papigno e alla cascata delle Marmore, è collocato il sito industriale dismesso dell’ex elettrochimico di Papigno, che ha funzionato tra gli anni 1901 e 1973 per la produzione di carburo di calcio, acetilene e calciocianamide e che adesso è in totale abbandono, salvo un’attività di rafting sul fiume Nera da parte di privati e di un’associazione locale di canoisti;

nel sito è presente una passerella Telfer, che mette in comunicazione l’area un tempo destinata alla produzione con il grande magazzino posto sulla riva destra del fiume Nera, di grande interesse per l’archeologia industriale, anche perché rappresenta uno degli ultimi esemplari in Italia, rispetto alla quale è viva la memoria storica di molti abitanti della zona, in quanto i loro padri per anni hanno lavorato nella fabbrica; Continua a leggere

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