Home » Approfondimenti » Tessile » Jutificio Centurini

Jutificio Centurini

Fino alla fine della Prima guerra mondiale la storia dello Jutificio Centurini è storia ininterrotta di lotte. Sono esplosioni improvvise, accentuate dal rapporto intensamente personale coi padroni e coi capi, raramente incanalate nelle organizzazioni sindacali e politiche. Le operaie lottano per ottenere miglioramenti, vogliono aumenti di salario, la riduzione dell’orario di lavoro, gabinetti, refettori, ambulatori. Esigono risposte immediate ad un problema, ad un bisogno. Le “centurinare” sono per la maggior parte giovani. Si preoccupano più del presente che del futuro, anche perché sperano che il loro futuro non sia più la fabbrica (non sono d’accordo sulla ritenuta in vista della pensione, e preferiscono il salario immediato a quello differito).
Il movimento operaio, da parte sua prende spesso le distanze dalle loro lotte, considerate quasi sempre irrituali e incontrollate. Il quotidiano socialista L’Avanti scriveva in quegli anni: “Quando il malessere e lo scontento, davanti alle condizioni tristissime di lavoro faticoso, sfibrante e mal remunerato, si acutizzano per una causa qualunque, prendono la forma dello sciopero più dannoso che inutile…”, “Non hanno scelto un momento buono per fare lo sciopero ma giacché l’avete fatto siate più calme e serie che potete. Invece di recarvi a frotte davanti lo stabilimento state a casa e aspettate la soluzione. Solidarietà, calma e serietà soprattutto…”. Le lotte delle “centurinare” fallirono quasi sempre. Solo quando ottennero un successo passando attraverso le organizzazioni sindacali, come accadde nello sciopero di 28 giorni del 1901, il giudizio fu diverso: “Le operaie cominciano ad imparare il meccanismo delle lotte; se vinceremo questa prima battaglia, avranno preparato il terreno a quella coscienza di classe, cui parevano sorde le povere menti dello Jutificio».
Il bombardamento del 1943 distrusse macchinari e capannoni dello Jutificio. Lo stabilimento venne riavviato, dopo la liberazione, dalle lavoratrici e dai lavoratori. Subito nell’industria tessile si cominciò a parlare di crisi internazionale del settore, con una punta di massima criticità nel 1953. Il primo luglio di quell’anno venne sospesa la produzione con la motivazione di esigenze di rinnovamento del macchinario. All’inizio del 1954 solo una sessantina di lavoratrici erano state richiamate, entro pochi mesi furono licenziate prima 280 persone poi altre 70, costrette a dimettersi per avere la disponibilità immediata della liquidazione, con una riduzione totale di manodopera di circa il 70%. Nello stesso periodo le Acciaierie avevano licenziato 2.700 operai: 500 nel 1948, 700 nel 1952, 2.000 nel 1953.
Nel decennio 1959 1969 la produzione nazionale di juta si ridusse del 50-60%, il numero delle aziende che producevano manufatti di juta passò da 14 a 10. La domanda di questo manufatto non era affatto diminuita, era diventato conveniente importarlo dall’India per oltre il 50% del fabbisogno. Inoltre circa un terzo della sua produzione era allora assorbita da un solo cliente, la SNIA Viscosa, nella forma di tela per l’imballaggio del fiocco di fibra artificiale. Quando la SNIA Viscosa decise di sostituire la tela di juta con tela di rafia sintetica, prodotta in una azienda del proprio gruppo, lo Jutificio non fece altro che ridimensionare l’attività produttiva, a partire dalla fine di ottobre 1968. A febbraio 1969 fu avviata la procedura per 120 licenziamenti, il 14 marzo gli operai occuparono la fabbrica, per due settimane. A seguito dell’agitazione furono sospesi per nove mesi e poi licenziati 90 dipendenti, 14 uomini e 76 donne.
Il deterioramento della situazione economica dello Jutificio divenne inarrestabile, le richieste di produzione potevano garantire lavoro a non più di 100 persone, la produzione andava rapidamente riconvertita verso io settore dei sacchi di rafia polipropilenica, destinata agli imballaggi di concimi chimici per esportazione, in sostituzione dei sacchi asiatici di juta, il potenziale cliente era l’ANIC che commissionò allo Jutificio una produzione pilota di 5 mila sacchi e tessuti juta/rafia sintetica.
Il prezzo di vendita, inferiore a quello dei sacchi importati dall’ANIC dal Pakistan e dall’India, decretò un temporaneo successo. Tuttavia l’azienda prospettò al ministro delle Partecipazioni Statali l’assorbimento dello Jutificio da parte dell’ANIC. Il Ministero non non giudicò l’offerta conveniente.
Il 31 luglio 1970 fu convocata l’assemblea generale straordinaria per la messa in liquidazione della Società, e per procedere al licenziamento dei 318 dipendenti. I dipendenti occuparono la fabbrica, mentre il giorno prima della messa in liquidazione, il sindaco di Terni, Dante Sotgiu, requisì lo stabilimento affidandone la custodia e la gestione ai componenti della Commissione interna, Lepri Alceste, Gaggiotti Piero, Massarelli Ennio, Marzolini Marsilio, e al direttore tecnico Pierandrea Fiori. La motivazione fu la conservazione ed il mantenimento in condizioni di efficienza degli impianti e la gestione dello stabilimento per l’eventualità in cui si fosse andata a buon fine la concessione di commesse da parte dell’Anic. La proprietà non fece ricorso al Tribunale per chiedere il dissequestro dei beni. La requisizione ebbe termine il 10 maggio 1971, mentre gli occupanti decisero, il 15 maggio, di cessare lo stato di occupazione. Dal 3 agosto 1970 al 2 maggio 1971 i dipendenti percepiranno l’indennità dell’80% della retribuzione. Dal 3 maggio al 2 novembre l’indennità speciale di disoccupazione scese al 66% della retribuzione lorda.
Il 2 maggio 1972 hanno inizio i corsi di riqualificazione all’Ancifap finanziati dal ministero del Lavoro e dall’Eni a sostegno del reddito dei lavoratori per una durata di 14 mesi.
Le ipotesi di salvataggio dell’impianto industriale si moltiplicarono, prima l’Anic-Eni e la Terni Industrie Chimiche ipotizzarono di fornire commesse allo Jutificio, in attesa dell’avvio delle procedure per il passaggio della fabbrica all’Anic, poi la costruzione entro i primi di giugno del 1972 di uno stabilimento Lebole per 450 persone per la produzione di confezioni. Si dimostreranno tutte ipotesi prive di realismo.
La situazione del polo industriale ternano si andava rapidamente compromettendo, nello stesso periodo si andava minacciando la chiusura della fabbrica di Papigno.
Il 13 gennaio 1973 venne siglato l’accordo conclusivo per salvaguardare il maggior numero possibile di posti di lavoro, l’Asap Eni si impegnò ad assumere gli uomini partecipanti ai corsi di riqualificazione, e gli eventuali sostituti uomini di lavoratrici dell’ex Jutifi-cio, in numero massimo di 70 unità, presso il Tubificio Itres o in altre azienda a partecipazione statale. Il 15 marzo 1973 70 uomini furono assunti dalla società Itres.
Dei preziosi manufatti che costituivano il complesso industriale oggi non resta praticamente nulla, sono stati distrutti i capannoni sorretti da graziose colonnine a sheed, pochi anni fa è stato atterrato l’edificio direzionale e gli appartamenti dei dirigenti, resta soltanto la villa padronale oggi foresteria della Tyssen Krupp. Un pezzo alla volta è stato smontato e disperso un immenso patrimonio di archeologia industriale, unico nel suo genere nel centro Italia, e per dimensioni e per qualità, una vera risorsa aggiuntiva per lo sviluppo del territorio, un meraviglioso esempio di coniugazione tra industrializzazione e paesaggio urbano. Non ci resta altro che assistere, impotenti, alle gesta epiche dei “palazzinari” che fanno il loro mestiere di speculazione, spalleggiati da una classe dirigente che non sa pensare la gestione delle risorse culturali. Ultimo esempio eclatante, in ordine di tempo è stato il discutibilissimo “recupero” dell’area industriale dismessa della ex SIRI (n.d.a. non intendo commentarla, si fanno carico le immagini di questo compito ingrato).

Controlla anche

Le Acciaierie di Terni nelle opere di Giampaolo Teofoli

Ultimi giorni per ammirare le opere di Giampaolo Teofoli, oli e incisioni dedicati alla nostra Città, …

Camuzzi: altro patrimonio che scompare per il solito, inutile, centro commerciale

Per l’Assessore all’Urbanistica quelli della Camuzzi sono solo “capannoni e tettoie fatiscenti, prive di ogni …

Acciaierie di Terni 1884-2014 (130 anni)

130 anni delle Acciaierie di Terni. Video celebrativo realizzato con cartoline dei primi anni del …

La miniera Zollern nel Bövinghausen, un pezzo della storia di Dortmund

Bellissime facciate in mattoni e timpani opulenti, con merli e torrette angolari intorno al cortile …