Introduzione

In Italia a tutt’oggi non è mai stato pubblicato un manuale di Archeologia Industriale, tout court. Esistono da quasi una quarantina d’anni, e vieppiù arrivando ai nostri giorni, centinaia e centinaia di articoli ad hoc, sia su riviste accademiche che su quelle divulgative, magari emanazioni di centri studi locali o di archivi storici di aziende o di associazioni imprenditoriali. Ciò, ovviamente, accanto a testi universitari di preparazione agli esami, anche a livello master, ed a pubblicazioni monografiche. Navigando sul web e’ preferibile andare su “Industrial Archaeology”, in quanto nella lingua inglese si ha un più ampio ventaglio di informazioni e di pure siti specializzati e link. Tra le informazioni che vi si possono trarre, sia per l’Italia che per il resto del Mondo, ci sono le associazioni, i centri studi, gli archivi storici di enti imprenditoriali e di aziende, realtà accademiche quali università a loro vota specificandone i corsi di laurea, i master e i PhD o dottorati. Si vuole a questo punto ricordare, onorandone la memoria, il Professore della prima cattedra creata di Archeologia Industriale in un’Università italiana, fu negli anni Ottanta, l’ingegner Gino Papuli presso l’Ateneo leccese. Per quanto concerne le associazioni di volontariato, preme qui ricordarne il loro giusto valore e merito poiché esse, grazie al nobile dilettantesco e spassionato impegno dei loro fondatori, han costituito primitivamente il primo nucleo fondante di quella che sarebbe assurta in futuro a materia universitaria. Questo Manuale non ha, tuttavia, la presunzione ne’ tantomeno se ne arroga il merito di essere un’opera epocale in quanto prima del suo genere. Semplicemente vuole essere un testo di utilità pratica per chi, studioso, studente, operatore e semplice appassionato, voglia consultarlo. Con lo scopo di trovarvi velocemente e semplicemente indicazioni, nozioni, informazioni, rimandi che si spera possano essere utili e di stimolo, anche in seguito, per approfondire gli scritti di spessore che già esistono e che nel loro solco verranno via via prodotti. La materia e’ nuova, nel senso che in Italia essa ha iniziato ad interessare studiosi dell’industria, in termini esaustivi, e appassionati di realtà produttive dismesse, solo dagli anni Settanta del Ventesimo secolo, per l’appunto. Il motivo di questa giovinezza risiede soprattutto nel fatto che solo in quegli anni, seguenti a quello che da noi è stato chiamato periodo del boom economico imperniato principalmente sull’intrapresa industriale, manifatturiera, si è progressivamente assistito ad una progressiva, ed in certi casi irreversibile, chiusura o almeno ridimensionamento del comparto. In termini pratici, uno stabilimento industriale terminava di essere tale, per la delocalizzazione in Italia o all’Estero, perché strutturalmente obsoleto, perché non più redditizio e via dicendo, trasformandosi in una scatola vuota. Spesso con gli anni diventava uno pseudo rudere, abbandonato a se stesso, diventando, magari con l’ingiuria del tempo, degli agenti atmosferici e, in maniera ancor più rilevante, con atti di vandalismo fine a se stessi o tali da trasformarlo in bivacchi temporanei e non sempre di edificanti destinazioni, una sorta di scheletro nel panorama per lo più urbano. A volte si procedeva alla demolizione di quel che restava, altre volte, le più fortunate per così dire, lo si restaurava cambiando necessariamente la destinazione d’uso. In questo contesto, quindi, iniziarono le prime catalogazioni, i primi rilievi architettonico strutturali, le prime testimonianze fotografiche, ecc. E analogamente a ciò che già negli anni Cinquanta si andava praticando in Gran Bretagna e successivamente nelle altre Nazioni del Nord e Centro Europa di più antica e solida tradizione industriale. Si tratterà nel Manuale, precisamente nei capitoli iniziali e successivi a quelli di inquadramento storico della cosiddetta rivoluzione industriale, dal Diciottesimo secolo in Inghilterra e dal successivo in Italia, tra gli altri Paesi, questa parte di storia della disciplina. Sempre in fase di Introduzione e’ bene ricordare che dall’Inghilterra in primis e dal Galles, Scozia poi, sin dagli anni successivi al secondo conflitto mondiale sono nate associazioni dilettantistiche, ma ricordando di dare a questo termine il significato più nobile. A questo proposito, per inciso si ritiene sia utile ricordare il tedesco Schopenhauer, uno dei più grandi filosofi del Diciannovesimo secolo e tra i sommi pensatori della moderna cultura occidentale, che meglio di ogni altro ha saputo definirlo: “Dilettanti! Così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza o di un’arte, per amore di essa e per la gioia che ne ricevono, per il loro diletto, da quanti si sono dedicati agli stessi studi per il proprio guadagno, poiché costoro si dilettano solo del denaro che con tali studi si procurano. Un tale disprezzo deriva dalla meschina convinzione, che nessuno possa prendere qualcosa sul serio senza lo sprone della necessità, del bisogno e dell’avidità. Il pubblico ha lo stesso atteggiamento e la stessa opinione: e di qui nasce il suo rispetto per gli specialisti e la sua sfiducia verso i dilettanti. La verità è, al contrario, che per il dilettante la ricerca diventa uno scopo, mentre per il professionista rappresenta solo un mezzo, ma solo chi si occupa di qualcosa con amore e con dedizione può condurla al termine in piena serietà. Da tali individui, e non da servi mercenari, sono sempre nate le grandi cose”. E via via quelle scientifico-accademiche, che si sono interessate di salvaguardare la memoria, l’Heritage, come si dice laggiù, di stabilimenti ma pure di strutture ed infrastrutture a questi nel tempo funzionali, quali ponti d’acciaio, reti viarie e ferroviarie, porti e approdi navali sia marini che fluviali, docks, ecc. Tutto quanto avesse avuto attinenza con le attività imprenditoriali nel senso più ampio del termine, insomma, e che, come sottolineato poco sopra, rischiava di scomparire definitivamente o di esser nel tempo degradato per le note ragioni. Qui si arriva al primo punto focale per la determinazione della archeologia industriale. Perché questo interessamento, che avrebbe potuto essere rivolto analogamente anche ad altre cose, quali, per esempio, le cassette postali d’antan o le casette per i volatili nei parchi delle principali capitali europee e via discorrendo? Ora, lungi dal non ritenere degni di considerazione gli esempi teste’ fatti, concettualmente e concretamente si deve riconoscere che uno stabilimento o un ponte ha avuto non solo un valore, più o meno elevato, dal punto di vista architettonico o ingegneristico, valore su cui tra l’altro si può discutere, ma ha determinato, sopra ogni cosa, la trasformazione del territorio circostante e ha inciso sullo stile di vita professionale di chi, a vari livelli, ci lavorava per primo e su quello delle loro famiglie. Spesso intorno a questi insediamenti produttivi ed alle infrastrutture a loro afferenti, venivano edificati dei villaggi per i lavoratori. Accanto a questi moduli abitativi crescevano strutture pubbliche quali scuole, asili, luoghi di ritrovo dopolavoristico voluto dalle Imprese, giardini, ecc. unitamente al progressivo insediarsi di botteghe artigianali, di negozi alimentari, di spacci, dispensari sanitari se non addirittura di ospedali, di uffici comunali decentrati, di poste e telegrafi, di banche ecc. Tutto ciò comportava la nascita e lo sviluppo sempre più rilevante di un nuovo ceto inurbato, grazie alle industrie, che andava a incidere pure sullo sviluppo urbanistico e sulla struttura cittadina. Si creavano nuove dinamiche sociali, nelle relazioni, nella politica, ecc. Si è perciò giunti a trattare un ulteriore aspetto dell’archeologia industriale. Quello riguardante il suo valore sociale o, in termini aulici, demoetnoantrosociologico. In poche parole, la nascita dell’uomo, che dalle campagne si inurba per attendere alle lavorazioni industriali modificando gradualmente la sua natura lavorativa e passando alla prole la mutazione in atto creando, in tal modo, una nuova generazione con connotazioni urbane. Tutto ciò porta ad affermare che l’archeologia industriale e’ disciplina eminentemente sociale, studiata con la lente storica e affiancata, laddove ci siano testimonianze architettoniche e strutturali più o meno evidenti, che si tratti di ruderi o di cambiamenti d’utilizzo appunto, da competenze ingegneristiche, in sede di rilievi e catalogazioni. E’ proprio in seguito a tali considerazioni, che son accresciute nel tempo dai primigeni anni Settanta, che la disciplina e’ stata oggetto di disamine accademico-speculative. Si vedranno sempre più impegnati storici dell’industria, principalmente economisti, storici della tecnologia, soprattutto ingegneri, sociologi urbani e industriali si sono confrontati tra loro, trovando, per l’appunto, tutti degli spunti di riflessione, studio e ricerca utili alla determinazione e sviluppo dell’archeologia industriale. Ovviamente, dato il termine archeologia che definisce la materia, non potevano non intervenire con serietà di intenti gli studiosi propri della materia. Accanto a quelli che sono irriducibili impermeabili alle novità, si pensi in particolare a coloro i quali fino a pochi decenni fa osteggiavano il valore accademico dell’Archeologia Medievale, con l’accusa di modernità, altri, pur essendo studiosi di antichità classiche e quanto di più lontano dal contemporaneo, sono intervenuti nella discussione con proposte concrete. Alcuni di loro riconobbero l’ineluttabilità del progresso che incide pure sulle discipline accademiche, giungendo a riconoscere la possibilità di sviluppo della materia sotto l’etichetta di archeologia post medievale e moderna. Va da se che a seconda dei Paesi di appartenenza degli accademici in questione variava la percezione della disciplina. Per esempio, nella tradizione anglo-americana l’archeologia e’ considerata una branca dell’antropologia, quindi con gli stilemi della scienza sociale. In GB, in USA e poi nei paesi Commonwealth si inizio’ già nel dopoguerra ad interessarsi dell’archeologia industriale per cui la nascita della Disciplina non costituì un caso inaudito. Da decenni, quindi, esistono cattedre, corsi master, PhD, mentre in Italia, patria dello storicismo crociano, dall’impostazione formativa voluta dal filosofo idealista Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione appena dopo la Marcia su Roma, e con un altissimo numero di antichità classiche a livello mondiale, solo in tempi più recenti vi si e’ arrivati, pure se ancora in modo parziale. Senza considerare l’ostracismo più o meno velato che persiste presso molti archeologi togati. Non del tutto a torto, tuttavia, la disciplina viene vissuta come un’attività da ingegneri e storici dell’economia, si obietta che dell’archeologia in senso stretto non utilizza gli strumenti peculiari quali lo scavo, la stratificazione, ecc. Non del tutto a torto, si è scritto poc’anzi, ma tuttavia si può obiettare che della stessa Archeologia Medievale si dicevano cose analoghe, eppure poi essa è divenuta una disciplina universalmente stimata e foriera di sempre validi progressi. Lo stesso può dirsi sulla disputa tra studiosi di Preistoria, per gli uni branca della Paleontologia, disciplina ascrivibile alle Scienze Naturali, divenendo interessante per l’Archeologia solo quando nascono le prime facies, come si suole da poco definire le civiltà attribuendone un valore politically correct, del periodo dell’Eta’ del Bronzo, gli altri a sostenerne il primato delle Scienze Storiche anche a proposito delle epoche più antiche. Si ricorda poi che fino agli anni trenta del Secolo scorso e oltre in seguito alla forma mentis di taluni studiosi, l’archeologia era ancora concepita come Storia dell’Arte, con tanto di gipsoteche da statuaria facevano la parte del leone nello studio dell’Archeologia classica in primis. In tal modo totalmente ignorando quegli aspetti sociali e che ora sono divenuti basilari e inscindibili da qualsiasi contesto archeologico scientifico e militante. Ciononostante già dagli anni Venti e Trenta si era fatta strada con la scuola degli Annalisti dei francesi Bloch e Fevre il concetto che la storia fosse sociale, degli uomini comuni, ecc. e non più solo dei re, dei generali e delle battaglie. Come non ricordare che sempre dal secondo dopoguerra, anni Sessanta e Settanta, sull’onda casuale delle ricognizioni aeree compiute dagli Alleati nella Campagna d’Italia nei cieli del Meridione, si è imposta l’aerofotogrammetria unitamente, nei decenni successivi, al rilievo di zone suscettibili di interesse archeologico attraverso quel sistema satellitare che era nato per scopi militari e di intelligence e poi via via utilizzato anche per scopi civili e pure da geologi, botanici, agronomi, ecc. Si pensi poi alle tecniche di scavo derivate dalla matrice di Harris, imperniate sulla stratigrafia, le teorie della New Archaeology, britannica pure questa, lo sviluppo e l’affermarsi dell’Archeometria, di cui l’Italia ha avuto uno dei massimi studiosi a livello internazionale, delle scienze legate ai beni culturali, ecc. Tuttavia si deve riconoscere la differente natura dell’archeologia industriale rispetto alle altre più tradizionali. Non sempre si scava, ma si scava, comunque sempre si cataloga con i metodi dell’archeologo. Molte volte il manufatto industriale non presenta minimamente rilievo dal punto di vista del capolavoro o quanto meno di manufatto d’arte, artigianato pregevole, che per un archeologo pur se non più determinante ha sempre un certo valore che si rifletterà sul futuro pubblico di mostre e musei sempre attratto a questi aspetti. Tuttavia esistono forme diverse di bellezza, intuibili senza scomodare l’Estetica, dunque che opportunamente illustrata genera ugualmente degli eventi espositivi apprezzati ormai da decenni da un pubblico sempre più vasto. Molte volte il manufatto più o meno completo e’ inserito in contesti urbani intensamente edificati, in quanto nei tempi le periferie, ove sorgevano un secolo fa le fabbriche, per esempio, sono state inglobate nei centri. Questo può in certi casi comportare una difficoltà di fruibilità da parte del pubblico, nel caso di recupero, pure se con cambio d’utilizzo, si pensi al Lingotto di Torino, la ex Gare d’Orsay a Parigi ad esempio, anche perché spesso l’area su cui insiste il sito archeologia industriale e’ più o meno altamente degradata. Ciò nonostante è anche capitato negli ultimi anni, in Italia come altrove, come il recupero di un sito industriale dismesso abbia portato ad un’opera di bonifica delle superfici limitrofe con benefici per tutta la comunità. Sicuramente un’altra caratteristica che differenzia l’archeologia industriale è implicita in quanto affermato più sopra, cioè che il cambio di utilizzo, ad essa connaturato quasi sempre, non è contemplato per un tempio o una necropoli. Non privo di logica, invece, e’ stato il dibattito avvenuto già oltre un paio di decenni fa, tra eminenti studiosi dell’Archeologia classica patria circa il periodo da prendersi in considerazione all’interno del quale definire e sviluppare l’archeologia industriale, Carandini e Settis in particolare. Nel mondo di lingua inglese e in quello mitteleuropeo, inoltre, nella maggioranza degli studiosi non si è mai pensato che i termini cronologici della disciplina fossero diversi da quelli che definiscono la c. d. Rivoluzione Industriale, ovvero la seconda metà del diciottesimo secolo in G.B., decenni dopo in quella parte del Continente, in Italia, in particolare ma anche in altri Paesi del Centro e Sud Europa. Il dibattito in questione ebbe il merito di definire il busillis in termini sincronici. Come esiste una temporalità definita per l’Archeologia Romana, ad esempio, deve necessariamente esistere per l’Archeologia Industriale. Il fatto non è comunque da considerarsi di scarsa rilevanza poiché venne anche proposta una soluzione in termini diacronici. I suoi paladini ragionarono sul fatto di come l’Homo sia da millenni ormai Faber, perciò si possa far risalire lo studio dell’industrializzazione, latu senso, sin dai tempi pre e protostorici. Si pensi alla fabbricazioni di strumenti di lavoro, armi, suppellettili, ecc. di cui son pieni i musei d’antichità del Mondo e ricchi gli scavi praticati ovunque. Vicino a Torino c’è un sito studiato dall’Università da decenni e visitato da molta gente che risale all’epoca preromana e che poi da Roma venne chiamato Industria. Ciononostante e’ stato, giustamente, contestato che per archeologia industriale si debba intendere lo studio dei siti industriali dismessi quali lo stabilimento, luogo apposito creato per produrre manufatti seguendo un’organizzazione specifica, i macchinari che la permettevano, le infrastrutture, come le strade, la rete ferroviaria, ecc., che la mettevano in relazione con il mercato, ecc. A proposito dei macchinari che spesso sono il vulnus maggiore per la disciplina. Ragioni di normale obsolescenza e usura, a cui essi in tempi più o meno lunghi andavano incontro, portavano spesso a modifiche e sostituzioni durante il ciclo di vita dello stabilimento. Per questo motivo non è impresa facile per l’archeologo industriale ricostruire al meglio le fasi produttive del manufatto architettonico che si trova ad analizzare. Spesso anche la documentazione cartacea di questi macchinari, i progetti o almeno i cataloghi delle case produttrici, non sussistono più. In tempi relativamente recenti, infatti, non essendo ancora molto diffusa la sensibilità propria dell’archeologia industriale. Tecnici e Ingegneri i quali sovrintendevano ai processi produttivi per la loro stessa forma mentis proiettata sempre alla ricerca del nuovo, tendevano a sbarazzarsi sistematicamente di ogni strumento e del relativo supporto cartaceo qualora fossero divenuti obsoleti e quindi non più ottimizzati funzionalmente per i loro scopi. Problematiche, queste, che interessano gli storici industriali per i quali non è facile spesso ricostruire su documenti originali, statutari, disegni tecnici, dei progetti, ecc. le stesse vicende sviluppatesi nei tempi delle imprese, anche le più prestigiose. In conclusione si rende noto di una proposta avanzata da alcuni studiosi del mondo germanico, in primis, che avrebbe anticipato di circa un secolo la data britannica poiché prendeva in considerazione la nascita e lo sviluppo del sistema produttivo dell’industria estrattiva nei termini moderni, che in vari paesi dell’Europa centrale e’ presente, sin dal Seicento, vicino a quella coeva della ceramica e della porcellana. L’Italia sempre di più e meglio si svilupperà sicuramente nell’archeologia industriale grazie anche alle future generazioni sempre più preparate nella Disciplina anche accademicamente. Il capitolo conclusivo del manuale fornirà, in nome della esaustivita’ concettuale del termine Industria, una sintetica spiegazione del suo concetto in termini di Archeologia della Produzione Pre – Protostorica, unitamente ai cenni di storia della disciplina.

Il volume L’Archeologia industriale – Primo manuale italiano di archeologia industriale, di Marco Montesso, di cui riportiamo l’introduzione con il permesso dell’Autore, è acquistabile e scaricabile integralmente online sul sito http://www.archeomedia.net/marco-montesso-larcheologia-industriale-2/

Marco Montesso (Torino, 1959), Economista della cultura, Archeologo e Storico industriale. Vanta in Italia e all’Estero decennali esperienze in ambito gestionale e in qualità di docente presso università, enti e centri di formazione.

FIAT - Stabilimento Lingotto
FIAT – Stabilimento Lingotto
FIAT - Stabilimento dei grandi motori
FIAT – Stabilimento dei grandi motori
SNIA VISCOSA - Stabilimento di Torino
SNIA VISCOSA – Stabilimento di Torino
Cinzano- Stabilimento di Santa Vittoria d'Alba
Cinzano – Stabilimento di Santa Vittoria d’Alba
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