La fine della centrale di Papigno tra incuria e ladri di rame

La fine della centrale di Papigno tra incuria e ladri di rame

La centrale idroelettrica di Papigno costituisce uno dei monumenti di archeologia industriale più rilevanti del comprensorio ternano. Costruita nel 1911 dalla Società Italiana per il Carburo di Calcio Acetilene ed Altri Gas aveva la peculiarità di essere un’officina ricavata nella roccia diversi metri sotto il livello dello stabilimento elettrochimico, in modo da aumentare il saldo geodetico rispetto ai 179,5 m della prima centrale Ganz realizzata a poca distanza nei primi anni del Novecento. Altra caratteristica era la doppia derivazione dal Velino (salto 190 m) e dal Nera, Pennarossa (salto 37 m) per cui l’edificio si presenta con l’inconfondibile forma a “V” ben visibile dalla strada che conduce all’abitato di Marmore.

V GRUPPO VELINO 2009-2012

Evidenti i danni al V gruppo Velino procurati dai ladri di metalli nel tantativo di smontare l’eccitatore coassiale dell’alternatore.

Centrale di Papigno (Terni)

Alla fine degli anni Trenta la centrale, divenuta di proprietà della Società Terni nel 1922, poteva contare su sei gruppi tipo Francis alimentati dal fiume Velino (41.700 kW) e su uno sempre Francis alimentato dal Fiume Nera (7.000 kW) per una potenza totale di 48.700 kW e una produzione media annua di 191 milioni di kWh. Il pomeriggio del 10 giugno 1944 la centrale di Papigno e tutte le cabine annesse furono gravemente danneggiate dalle esplosioni provocate dai soldati dell’esercito tedesco che si apprestava a ritirarsi verso l’Italia settentrionale.

La ricostruzione seguita agli eventi bellici del secondo conflitto mondiale e determinò una riduzione dei gruppi idroelettrici in favore di uno sfruttamento più efficiente della centrale di Galleto, l’impianto più importante del sistema Nera-Velino. Nella sala Velino rimase solo il V gruppo, mentre in quella Pennarossa erano in produzione il VI Velino e l’unico gruppo di tipo Kaplan (6.600 kW) alimentato dal Nera, costruito appositamente dalla Riva per la potenza complessiva si ridusse a 35.000 kW.

La vita operativa della centrale di Papigno terminò all’inizio degli anni settanta, quando fu sostituita dalla sezione Monte Sant’Angelo dell’impianto di Galleto, dove fu spostato il gruppo Kaplan della derivazione Pennarossa. Fu l’inizio dì decenni di abbandono e di degrado, aggravati nell’ultimo periodo da un’incessante asportazione di parti di macchinario per opera dei ladri di rame che imperversano indisturbati, vista la totale assenza di sorveglianza.

Alcuni anni fa il Comune di Terni ha acquistato il complesso dell’elettrochimico, comprese le installazioni idroelettriche e nel 2005 è stato deliberato un intervento di recupero mai iniziato, nonostante il comunicato stampa del 18 dicembre 2009 l’amministrazione locale abbia di nuovo posto l’accento sulla volontà di operare in direzione di una sistemazione museale. Va ricordato che la centrale di Papigno non è solo l’officina strictu sensu, ma ci sono anche tutta una serie di pertinenze molto importanti: il canale dalla diga Stoney alle vasche di carico, le condotte forzate, la camera di manovra e gli edifici delle cabine. Attendiamo fiduciosi, ma ancora per quanto? Il tetto è crollato in più punti, con presumibili cospicue infiltrazioni di acqua, le turbine sono fatte a pezzi giorno dopo giorno dai procacciatori di metalli preziosi, contrastati solo dalla tenace opera dei Carabinieri della stazione di Papigno. C’è da augurarsi che una volta tanto il pubblicizzato recupero sia traduca un restauro conservativo che preservi i preziosi macchinari esistenti, tra i quali spiccano il V e VI gruppo Velino.

LaNazione19122009

Un progetto per Papigno. Gli edifici dell’ex centrale diventeranno contenitori di cultura, Corriere dell’Umbria, 19/12/2009;

CorriereUmbria19122009

Papigno, sopralluogo nell’ex area industriale. Lo sviluppo passa per le attività museali e di promozione. Giornale dell’Umbria, 19/12/2009.

GiornaleUmbria19122009

Condividi: