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Il primo cittadino industriale Vincenzo Bizzoni

Tratto da “Il Messaggero”, 1927.

Chi non conosca Vincenzo Bizzoni, non conosce il campione tipo della razza ternana.

Nella fibra robusta di questo ottantaseenne si assommano e si agitano, giovanilmente freschi, tutti gli impeti, tutti gli slanci generosi, aperti e gioviali che caratterizzano l’anima ternana.

E’ Il primo cittadino che coraggiosamente impiantò un’industria nel suo paese.

L’industria oggi fiorisce ed è nota In tutta la nazione; ha tenuto alto Il nome d’Italia all’estero e ha dato un contributo non indifferente alla guerra: la cosiddetta segheria Bizzoni, stabilimento grande e moderno per la più svariata lavorazione del legno.

I primi anni

Ho voluto che Vincenzo Bizzoni, il quale mi onora spesso delle sue visite, perchè segue con vigile cuore tutto la vicende della città nostra, mi raccontasse un po’ del suo passato.

Ed egli ha rivissuto, narrando, tutta la sua vita operosa.

Ricordo, ha detto, che mio Padre nei primi anni della mia adolescenza mi conduceva spesso alla farmacia di Vincenzo Falchi (per Terni antica era una istituzione) il quale presomi a benvolere volle tenermi a cresima. Divenni così compagno di giuochi di suo figlio Stanislao, che chiamavamo Lollo, l’illustre musicista che fu direttore del massimo istituto musicale della Capitale, e Pietro che continuò la professione del padre.

Io ebbi i primi elementi di istruzione dall’ottimo maestro Angelantonio Desantis; studiai in seguito contabilità sotto la guida del prof. Fausto Costanzi.

Nel 1860 venne a Terni l’architetto Modanesi, che fu noto per il progetto della facciata di San Petronio a Bologna, e ne frequentai lo studio per tutto il tempo che egli risiedè a Terni.

Mi applicai con passione alla geometria, all’architettura e all’ornato conseguendo ogni anno l’ambito premio della medaglia d’argento insieme con l’amico Augusto De Santis.

In seguito fui abilitato all’insegnamento del disegno, ma rinunciai a questa professione sentendomi portato a più libere attività.

Quando passò Pio IX

Nell’anno 1856 morì mia madre e nell’anno successivo, In cui Papa Pio IX passò da Terni per recarsi nella sua Senigallia, mori anche mio padre, onde io rimasi a 16 anni col peso e la responsabilità di una famiglia.

Mio padre che fu decoratore apprezzatissimo nel suo tempo, e scenografo del Teatro Comunale, lasciò traccia della sua opera nel Duomo e nello stesso Teatro Verdi.

Dopo la sua morte, e in considerazione dei servizi da lui resi, il Municipio di Terni affidò a me e a mio fratello la custodia e la cura del teatro, corrispondendoci lo stipendio annuo di 36 scudi.

Cominciammo allora ad assumere le imprese per la illuminazione e per la scenografia degli spettacoli di opere liriche, prose, balli ecc.

L’assiduo e frequente contatto con Il personale delle Compagnie, molto mi giovò suscitando in me l’amore del nuovo e dandomi incentivo di tentare maggiori cose.

Quanti, ricordo, cui era ignota tanta bellezza, restavano entusiasmati della Cascata delle Marmore.

Peccato, esclamava qualcuno, che tutto questo oro vada sciupato!  L’osservazione mi colpì e con la istintiva curiosità della mia età (ero appena un giovinetto) ne chiesi la ragione.

Vedi, mi si rispose, quell’acqua è utilizzabile come forza motrice per ogni sorta di industrie.

Fu per me una rivelazione.

Poiché per la preparazione e la trasformazione delle scene teatrali e di tutto. il macchinario inerente, avevo alla mia dipendenza dei «segantini», specie per le attrezzature in legno, mi fu fatto notare che avrei molto agevolato e semplificato il lavoro usando una macchina a motore, di recente costruita che, rapidamente segandoli, riduceva i tronchi di legname in tavole.

Volli subito tradurre in atto il suggerimento e mi misi d’accordo con Manni Agostino e con Falchi Pietro per creare questa industria, nuova per quei tempi.

Recatomi col Manni a Roma visitammo le officine del Papa a Santa Marta dove si fabbricavano anche cannoni, e ivi vedemmo in azione una sega a nastro ed altre circolari di svariate dimensioni.

Tornato a Terni subito mi misi all’opera per realizzare il mio proposito ed insieme al Manni impiantai difatti una piccola segheria che comprendeva una sega a nastro, una orizzontale e diverse seghe circolari ed una ruota per la fabbricazione dei fuscellini per fiammiferi.

Secondo il regolamento di polizia, che ere tenuto a rispettare, l’orario di lavoro si protraeva dalle ore 4 ant. alle 11 pom.: però era vieto lavorare di notte.

Dopo tre anni di esercizio il Manni vendette lo stabile al Fonzoli.

Io seguitai per altri due anni a gestire per conto mio la segheria, stringendomi frattanto in amicizia con Fonzoli che mi indusse ad acquistare 100 azioni della Banca Popolare, e poiché ne possedevo già 29, Il fallimento della Banca mi procurò più tardi non lieve perdita.

Nel 1862, in occasione del fallimento di Mirenghi, che aveva una vetreria in via del Duomo ed un’officina fuori porta S. Angelo (ora Cavour), azionata da una ruota a pale e sita in magnifica posizione, pensai di acquistare quest’ultima, e ne venni infatti in possesso per 18 mila lire.

L’origine e lo sviluppo dell’industria

Ebbe così origine la mia industria.

Ampliati i vecchi locali, li corredai, per la lavorazione del legno, di macchine di vari tipi, ed iniziai su vasta scala la fabbricazione dei fuscelu per fiammiferi.

A completare lo stabilimento costruii anche tre case operaie, comprendenti 29 quartieri, le prime del genere che con questa distinzione siano sorte a Terni: Case Operaie.

Allo scopo di perfezionare la produzione dei fuscellini, saputo che ad Empoli vi erano degli operai specializzati in tale genere di fabbricazione, mi risolsi ad ingaggiarne alcuni.

Non fu cosa facile perché il Duca di Toscana era molto geloso delle sue industrie tanto che imponeva ai suoi operai di lavorare con il capo avvolto in un cappuccio per non farli conoscere.

Recatomi ad Empoli mi riuscì tuttavia, di condurne via tre, insieme alle loro famiglie. E cioè: Mancini, Lenzi, che poi mise su per conto suo una fabbrica di scatolette per fiammiferi in via dell’Ospedale, ed un raccattatore che componeva i pacchi.

La produzione progredì meravigliosamente e siccome si lavorava di giorno e di notte, mi riuscì di piazzare i miei fuscelli non solo in tutta l’Italia ma anche all’estero.

Ricordi storici

Nel 1859 e 60, io mio fratello, ancora custodi del teatro tenevamo nascoste delle armi, bandiere, coccarde ecc. (che mi venivano consegnate dal conte Massarucci e da Germano Moriconi sotto il piancito della sala superiore all’ingresso del teatro.

Una notte, io e mio fratello Lorenzo, dopo avere scavato delle buche per conservare le suddette armi, ce ne tornammo a casa a San Francesco.

Siccome davanti al teatro vi abitavano un prete, chiamato Sacripante e un certo Marcello, suonatore di bombardone, entrambi fedeli del Papa, io ebbi il dubbio che mentre, stavamo nascondendo le armi le finestre fossero aperte e il prete ci avesse visto e denunciato.

Ci ritornammo affannati per accertarcene, ma ci tranquillizzammo quando vedemmo che erano chiuse.

Anche con Faustini ero d’accordo per far disertare i fedeli dragoni del Papa nella mola ad olio di Bevilacqua, fuori Porta Cavour, e diverse volte io ritornavo a casa senza cappello e senza giacca per averli donati a quei soldati acciocché si travestissero.

Mi ricordo ancora la sera che passò per Terni un reggimento di soldati del Papa.

La sera avanti ci riunimmo con la massima segretezza a casa di un mio grandissimo amico, Capozzi Giuseppe, situata nel corso V. E., ma per non esser visti, egli ci fece passare dalla parte di dietro e cioè avanti al teatro Fausto, vicino al Duomo.

Eravamo circa 24 cacciatori e decidemmo di sbarrare a sera seguente, il passo ai dragoni del Papa, a Porta Romana, ma il signor Giuseppe ci pregò e si gettò in mezzo a noi in ginocchio per scongiurarci di non fare simile resistenza, che realmente sarebbe stata inutile.

Allora ci contenemmo e fu meglio assai, perché altrimenti la nostra città sarebbe stata devastata più ancora di Perugia.

La sera dopo, attendemmo i soldati, ed io presi due cornucopi con tre candele ciascuno e li misi vicino alla porta del caffe Merli (avanti al Palazzo Massarucci). Vi misi pure i ritratti di Napoleone e Cavour e candele.

Di notte, mentre passavano i soldati, alcuni ufficiali salutano con la loro sciabola le effigi, credendo che fossero quelle del Papa. Io  ero lì presente e mi ci godevo un mondo.

Dai fuscelli alla carta

Amico del signor Brenno Piemontesi, che teneva lo spaccio di sali e tabacchi dove ora è la Ferramenta di Manni, presi insieme con lui l’affitto di una cartiera alla Cervara che adoperava gli stracci per la fabbricazione della carta.

Mi venne una idea quella cioè di adoperare i ricci dei fuscelli di legno in luogo degli stracci e della paglia.

Infatti, con questi dcci di pioppo cominciammo a fare i cartoni i quali riuscivano magnifici, e provammo pure a fare la carta fina, ma benché anche questa riuscisse discreta restava un po’ opaca.

Chi l’avesse detto che anche con il legno si fabbricasse la carta! Sono stato io il primo a provarlo.

In questo tempo acquistai per 40 mila lire ad Attigliano, nei piani della Nave un lotto di 40 mila piante di pioppo dagli affittuari della tenuta.

Essi stessi mi aiutarono con Il loro personale a sgombrare il terreno dove seminarono Il grano che fruttò quell’anno il 40 per cento.

Nel 1883 affittai al tipografo Pinzuti un reparto del mio stabilimento.

Vi si stampava con una macchina azionata da una ruota idraulica il giornale locale «L’Unione Liberale» e fu questa per quei tempi una innovazione non trascurabile.

Luce elettrica e telefono

Quando nel 1883-84-85-86 ebbi la concessione della illuminazlone a luce elettrica e del telefono, usufruivo dell’acqua del mio canale che veniva dal canale Sersimone, Forni Fusori e le Murelle, alla mia turbina.

Quando l’acqua mancava essa mi veniva ugualmente fornita dalla Mola di Bizzarri l, ove trovavasi un fosso-canale, che raccoglieva tutti gli avanzi. Ed era precisamente questo fosso-canale che veniva ad alimentare la mia turbina in mancanza dell’acqua dei mio canale. Il predetto fosso-canale è ora di proprietà dell’Acciaieria, la quale vi mise 10 metri cubi di acqua, per fare l’Idro Elettrico che è situato di fronte alla mia segheria.

Dirigeva allora I lavori l’ingegnere Cangia.

Ancora nel 1883, in occasione della suddetta concessione della luce elettrica e del telefono, si usava il gas per la illuminazione, ed lo pensai di sostituirlo con le lampade elettriche.

Sicché cominciai a fare l’impianto per la città a mie spese e sotto la mia sorveglianza.

Avevo come operaio un certo Nino Grandi di Roma che era addetto al gazometro.

Dalla mia segheria mandai i fili fino a piazza V. E., a Camporeale e nello stesso tempo attaccavo i fili anche per il telefono che andava (sempre partendo dalla mia segheria), al caffè dei Nobili, teatro Verdi e Hotel d’Europa.

Ricordo che quando il mio operaio stava attaccando i fili, le persone che passavano e mi vedevano lì a dirigere, mi domandavano a che cosa servissero, io rispondevo che servivano a parlare da lontano, ed essi dicevano che io mi ero. impazzito perché era umanamente impossibile parlare attraverso i fili.

Appena finito l’impianto invitai alcuni amici per far loro sentire parlare le persone che lavoravano al teatro, ed essi rimanevano sbalorditi e mi domandavano come ciò poteva avvenire.

Vincenzo Bizzoni, per nulla stanco della conversazione, parla poi del periodo più recente che, sempre fervido di attività e di iniziativa, ugualmente lo onora.

Dopo di che lo saluto con un augurio che parte dal cuore: ad multos annos ancora!

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