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Ordinarie distruzioni del patrimonio di archeologia industriale. Terni capitale emblematica.

Iniziamo dagli ultimi giorni di marzo 2007, che sono stati silenziosi testimoni dell’ennesima distruzione perpetrata al patrimonio di archeologia industriale di Terni. Le ruspe hanno demolito lo storico molino Carlini, sito al quartiere Cospea, cancellando una testimonianza di protoindustria della nostra  città. I mulini nel centro cittadino sono in pratica scomparsi, e la città che si è autoproclamata capitale mondiale dell’archeologia industriale ha permesso questo scempio inopinato per fare spazio ai soliti palazzi e sfruttare così la solita area edificabile appetibile. Invece di tutelare le nostre, purtuttavia scarse, peculiarità storiche ed architettoniche promuovendo una ulteriore forma di turismo e il piacere di guardare la città, l’unica logica perseguita è quella dei “subiti guadagni” di dantesca memoria, come avvenuto per le aree della ex SIRI, dello Jutuficio Centurini, del Lanificio Gruber ed altre, mascherando la distruzione, quando serve, dietro le classiche parole “recupero” e “valorizzazione”. La storia, quella con la s minuscola, si ripete puntualmente ed offende Terni. Emblematico il caso della SIRI, in cui quanto è stato salvato pare letteralmente soffocare di fronte ad un incombente supermercato e nel cui sito  sono stati oltre quindici gli edifici industriali che sono stati demoliti. Sono andati perduti per sempre, tra gli altri, la palazzina a due ali e torrette per la sperimentazione dei tubi di sintesi, l’officina meccanica,  il reparto catalizzatori, la torretta della cabina elettrica ed i magazzini, per non parlare dell’impianto di arrivo del canale motore, oggetto di una “reinterpretazione” del tutto particolare, in cui le vecchie paratoie sembrano sospese nel nulla. Però ci vantiamo in tutto il mondo con titoli roboanti sulla stampa. In realtà, al posto della Storia vera, ora spuntano palazzi, ora centri commerciali. Il molino Carlini avrebbe potuto e dovuto rappresentare il monumento all’industria molitoria ternana, un centro visite per gli studenti ed un piccolo museo dei molini, per non dimenticare che nella nostra città ve ne erano 47 ad olio e 15 a grano tutti mossi dalla forza idraulica e preservarlo con un serio restauro conservativo avrebbe qualificato culturalmente la città. Il molino era alimentato dal Canale Cervino, costruito in epoca romana, che attualmente ha origine all’interno del dismesso stabilimento elettrochimico di Papigno dalla derivazione Pennarossa, utilizzata per il raffreddamento della centrale di Galleto. L’impianto dei Carlini, adibito sia alla lavorazione dei cereali che a quella dell’olio, utilizzava con un salto di 4,75 m 1 mc/s di acqua che veniva restituito poco a valle con un canale sotterraneo caratterizzato da una volta a mattoni. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’edificio fu sfiorato dai bombardamenti e portava ancora come testimonianza di quei giorni difficili un segno sulla ringhiera del terrazzino di accesso alle abitazioni, site al piano superiore rispetto a quello delle macine. Negli anni Ottanta del Novecento, cessata l’attività ed alla fine del processo di urbanizzazione del quartiere Cospea, furono demolite la paratoia sul Cervino e le canalizzazioni di ingresso del mulino, mentre il canale fu completamente rivestito e ricoperto in cemento. Era il classico inizio della fine, che si è ormai compiuta. Purtroppo anche nel resto del Bel Paese la situazione non è affatto migliore: il 31 ottobre 2007 www.abruzzoreport.com, annunciava mestamente la distruzione della Stazione di Portanuova a Pescara, constatando come “Anche dinanzi al nobile passato, la smania costruttiva non ha conosciuto freni”. Nessuno scrupolo di fronte ad un edificio del 1883 che tanto contribuì allo sviluppo industriale della città, rimangono ormai solo “tristezza e senso di impotenza, specie davanti a distruzioni del tutto gratuite”. Però la facciata è stata preservata, giusto per salvare abilmente le apparenze. Il morbo demolitorio non si ferma, si scaglia anche contro l’ultima palazzina superstite del Portello, la storica fabbrica milanese dell’Alfa Romeo e la prestigiosa rivista Ruoteclassiche nel numero 227 del novembre 2007 titola esplicitamente “Il Portello come Ground Zero”. Nonostante l’impegno profuso da Vittorio Sgarbi, in quel periodo assessore alla cultura del comune di Milano e di Giovanni De Nicola, capogruppo di AN alla provincia, che sono riusciti solo a rimandare l’esecuzione, gli ultimi resti consistenti nella palazzina degli uffici e nella portineria sono stati rasi al suolo perché lì dovrà passare un tunnel, sicuramente più importante rispetto ad un glorioso opificio (http://www.milanofoto.it/pictures/index.php?dir=Cantieri/Portello%20Sud/2007%20Demolizione%20uffici%20Alfa/200709xx%20Demolizione). Sempre a Milano, dove imperversa il business per l’Expo 2015, nell’agosto 2007 è stato abbattuto, in via Castelvetro, lo Stabilimento Boldorini (http://www.milanofoto.it/pictures/index.php?dir=Stradario/C/Castelvetro%20Lodovico,%20Via/17-23), risalente al 1908 e caratterizzato da un edificio di pregio, per giunta ancora in buono stato di conservazione, essendo stato sede della San Pellegrino SpA fino al 2006. Ancor più incredibile la vicenda del vecchio stabilimento Lancia in via Caraglio 84 a Torino dove erano conservati una settantina di modelli di automobili del prestigioso marchio in quella che era la sede più logica per un museo. Troppo bello avere una simile struttura produttiva conservata per ospitare tanti geniali prodotti che lì sono stati concepiti e che in passato hanno dato tanto lustro al nostro paese. No, meglio vendere tutto, demolire e costruire immobili e dire che ci sono manager di case automobilistiche che poco anni or sono si sono sfidati per acquisire marchi nobili (Bugatti, Rolls Royce, Aston Martin) o si sono ingegnati per crearne ex-novo (Acura, Infiniti, Lexus). Mentre i responsabili delle grandi firme industriali italiane paiono dimenticare un passato davvero rilevante ci sono fortunatamente anche piccoli esempi positivi, come la ferrovia a scartamento ridotto Genova-Casella (http://www.ferroviagenovacasella.it/index.php), che inaugurata il 1° settembre 1929, si snoda per 25 km costeggiando per alcuni chilometri il mare ma sempre immersa nella vegetazione mediterranea. Dal 1° Gennaio 2002 il complesso degli impianti ed il materiale rotabile, che prima erano di proprietà delle Ferrovie dello Stato, sono passati alla Regione Liguria e la gestione è stata affidata alla Ferrovia Genova Casella s.r.l., società a responsabilità limitata con socio unico Regione Liguria. La ferrovia è divenuta un’autentica attrattiva turistica e può vantare un treno storico di assoluto rilievo costituito dalla più antica locomotiva elettrica ancora funzionante costruita nel 1924 dal Tecnomasio Italiano Brown Boveri per la Ferrovia Sangritana mentre i vagoni, risalenti al 1929, provengono dalla ferrovia alpina Ora-Cavalese-Predazzo Sempre in tema di trasporti su rotaia si segnalano l’Associazione Torinese Tram Storici (http://www.atts.to.it/) che si dedica al restauro ed alla conservazione di vetture tramviarie d’epoca che vengono anche utilizzate per corse speciali nel capoluogo piemontese e l’Associazione Ferrovia Basso Sebino (http://www.ferrovieturistiche.it/) per merito della quale rivive a scopo turistico la Ferrovia Palazzolo sull’Oglio-Paratico, inaugurata il 31 agosto 1876. Nella nostra Umbria sono note le vicende della Ferrovia Spoleto-Norcia (http://www.trainsimitalia.net/tsi_photogallery/index.php?cat=24) e della Tramvia Terni-Ferentillo http://it.wikipedia.org/wiki/Tranvia_Terni-Ferentillo, ma vale la pena ricordare lo stato vergognoso in cui è tenuta la piccola stazione di Papigno oggetto di continue affissioni per manifestazioni di rafting e che negli anni Novanta si è brillantemente pensato di demolire la vecchia cabina di trasformazione che alimentava la linea sita nell’area del preesistente stabilimento del Carburo di Calcio a Collestatte. Probabilmente, restaurare l’edificio ed utilizzarlo per realizzare un piccolo museo per esporre cimeli, fotografie, documenti e cartoline d’epoca sarebbe stata un’impresa titanica, meglio quindi costruire un parcheggio. Per concludere questa riflessione, uno sguardo all’estero. A cinquanta chilometri a Nord-Ovest di Parigi si trova lo stabilimento Renault di Flins dove l’azienda è riuscita a raccogliere i 650 modelli che ha costruito nella sua ultracentenaria storia dai prototipi alle autobili costruire in milioni di esemplari creando una struttura denominata Historire et Collection, in grado di eseguire restauri integrali grazie anche al contributo di ex-dipendenti. Una perfetta dimostrazione di come il rispetto reciproco e la simbiosi di valori tecnologici ed umani siano la chiave si successo per preservare tali patrimoni. Nella capitale transalpina, al numero 42 dell’Avenue des Champs Elysées, la Citroen http://www.citroen.fr/univers-citroen/vitrines-citroen/citroen-c-42.html inaugurò nel 1927 il suo salone più importante, che a distanza di tanti anni, attraverso le ristrutturazioni del 1932 e del 2004, rimane il punto di riferimento per gi appassionati della casa del double chevron. Le ultime modifiche sono opera dell’architetto Manuelle Gautrand che ha realizzato una nuova facciata con cuspidi di vetro per ottenere un effetto simile ad una pietra preziosa così mentre in Italia Alfa-Romeo e Lancia abbandonano i propri luoghi storici le case francesi tutelano con accortezza il proprio patrimonio immobiliare. Probabilmente il museo dell’automobile più bello in assolouto è il Musée de l’Aventure Peugeot http://www.museepeugeot.com/fr/musee-de-laventure-peugeot.html in cui non ci si è fermati al restauro ed alla conservazione dei vari modelli ma sono stati ricreati degli ambienti del tutto fedeli ai veri periodi storici arricchendoli anche con altri prodotti del marchio che, come noto, spaziava dai cicli alle motociclette, passando per i macinacaffé ed i macinapepe, fino agli utensili ed agli elettrodomestici. In merito alle strade ferrate degno di nota è il Tram-Museum Zurich http://www.tram-museum.ch/content.php?id=3&lang=it, il museo del tram di Zurigo, città dove il deposito delle tramvie elettriche, realizzato nel 1893, non 3ha suscitato appetiti immobiliari come con ogni probabilità sarebbe accaduto a Terni e più in generale in Italia ma continua a seguire la sua destinazione d’uso originale, ospitando i vecchi tram restaurati e mantanuti in efficienza dall’associazione Verein Tram-Museum Zurich, che può vantare oltre settecento membri. Un tram è stato collocato su una fossa di ispezione modificata con il pavimento trasparente in modo tale che i visitatori possano ammirare la struttura meccanica ed elettromeccanica posta sotto il pavimento delle vetture, denominato sottocassa. Idee semplici, ma del tutto coerenti con la funzione delle macchine così come coerente è stata la scelta di salvare il vecchio deposito. Per finire, torniamo in Francia per la Ferrovia del Vivarais http://trainardeche.fr/wp/en/ che collega un percorso di 32 chilometri la cittadina di Tournon situata sulla sponda destra del Rodano, con il borgo agricolo di Lamastre. La linea fu inaugurata nel 1891 ma, come per altre realtà di questo tipo, l’avvento massiccio del trasporto su gomma ne determinò la chiusura il 1° novembre 1968. Tuttavia, contrariamente a quanto accade nella penisola italiana in cui si è particolarmente celeri nello smantellare, le infrastrutture rimasero intatte e già nel 1970 grazie all’opera di un gruppo di appassionati iniziarono i primi viaggio per i turisti grazie anche alle sensibilità dello Stato francese che cedette il materiale rotabile e rese possibile la costituzione della Società Ferrovie Turistiche di Montagna. Così da aprile ad ottobre i viaggiatori possono ammirare i paesaggi della regione dell’Ardéche e scoprire le Gole del Doux con i suoi laghi ed i suoi castagneti con le locomotive a vapore Mallet che restituiscono la calma di viaggiare per due ore circondati da un territorio rimasto pressoché inalterato nel tempo. Tristemente ed oggettivamente i fatti, come si sul dire, parlano. Purtroppo assai male per Terni e per l’Italia.

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