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Le origini dell’industria a Terni

Dalle riformanze risulta che, fin dal 1580, alcuni negozianti “Buzzoleni” ottennero il permesso di far funzionare a Terni una “ferrera di fero et rame et una tenta de colori de ogni sorte escetto li bigi Teranani”; essenzialmente una ferriera per la lavorazione e il depuramento del ferro. Questo opificio cessò ogni attività nel 1703 dopo che un terremoto ne distrusse gli edifici. A Terni il primo impianto del sito fu rappresentato da una ferriera costruita dal marchese Marcello Sciamanna nel 1794, su commessa dello Stato Pontificio, dal quale, per tramite del cardinale Carandini, ottenne la concessione in affitto per il canone annuo di 1375 scudi. Lo stabilimento aveva una potenzialità produttiva di circa 235 tonnellate annue. Nel 1797 le lavorazioni furono interrotte per le guerre napoleoniche. Nello stesso anno, il marchese Sciamanna e Paolo Gazzoli ottennero l’autorizzazione ad installare nel sito una zecca per la coniazione di monete di rame e di mistura (bassa lega di 208/1.000 di argento e 792/1.000 di rame). La zecca cessò la sua attività dopo poco più di un semestre, in conseguenza della promulgazione del decreto di chiusura delle zecche periferiche, emesso il 29 novembre 1797; senza aver potuto coniare tutte le monete per cui era stata concessa l’autorizzazione. Dopo la costituzione della Repubblica Romana un ispettore dei lavori mineralogici redasse una relazione sullo stato della miniera di Monteleone, al fine di valutare la possibilità di riattivare la ferriera ternana. Nel 1799 l’ispettore si dichiarò a favore della riapertura della ferriera e propose di riaffidarne la gestione a Sciamanna. Dalla relazione ispettiva emerse che la miniera di Monteleone poteva dare 1.050 tonnellate di materiale, da cui produrre 350 tonnellate di ferraccio, in soli otto mesi di attività. Tuttavia questi calcoli si rivelarono ottimistici. Al termine delle guerre napoleoniche la ferriera di Terni e le miniere di Monteleone tornarono al governo pontificio a seguito della rescissione del contratto. Il complesso produttivo restò inattivo per molto tempo. Con atto del 1844 il cardinale Gazzoli rinnovò la concessione in affitto per altri 29 anni a Pietro e Vincenzo Rossi Danielli. Ben presto i mezzi finanziari di questi ultimi si rivelarono insufficienti. All’impresa si associò Giacomo Benucci, il quale, con atto del 27 marzo 1847, subentrò completamente.Subito il Benucci affidò la direzione a Felice Gauthier di Besancon, il quale procedette ad un rapido adeguamento delle strutture della ferriera, che divenne il più grande impianto industriale della città. Il personale impiegato in questa fase assommava a cento unità. Nel 1846 furono installati: 8 fucinali, 4 grandi magli e 2 macchine per la produzione di aria. Si produceva ferro mercantile trafilato, rotaie, bandone e latta. Dal 1847 si iniziò la produzione di prodotti per l’agricoltura e, specialmente, di macchine per la lavorazione delle olive e dell’ uva, nonché l’attività della fonderia di bronzo. Vennero poste in azione due grandi ruote idrauliche a cassette, di grande forza motrice. Fu costruito anche un nuovo canale motore che partiva dal Nera, con una portata di sei metri cubi, ristrutturando il corso dell’antico canale Pantano. Ma in quegli anni a Terni non c’era soltanto la ferriera, la cui forza motrice era data dal canale Pantano che azionava quattro ruote a cassettoni, il cui diametro massimo era di m. 7,50 per una larghezza delle casse di m. 3,50. L’industria siderurgica locale era costituita anche da una magona per la fusione e lavorazione del rame e una per il depuramento del ferro. Ludovico Silvestri colloca queste due fabbriche sulla via di Galleto, in una zona ricca di mulini, dei quali ad oggi resta ancora qualche rudere specialmente nelle immediate vicinanze di Papigno. Un canale della potenzialità di 60 cavalli muoveva le macchine, di brevetto inglese e francese, del Lanificio Pianciani. Era ancora l’acqua a fornire forza motrice all’allora modernissimo Cotonificio Fonzoli, il quale disponeva di cento telai meccanici ed impiegava circa quattrocento operai, prevalentemente donne e bambini. I frati francescani possedevano una laneria, alimentata dal canale Cervino, la quale sostituì la fabbrica di S. Maria degli Angeli di Assisi, proprio per la possibilità di utilizzare, a Terni, i motori idraulici. Sempre nel settore tessile, si annoveravano due gualche per la fabbricazione di panni comuni, destinato sicuramente ad un mercato povero come quello delle famiglie cittadine. Altre attività caratteristiche di Terni erano le conce dei pellami, delle quali si contavano dodici unità nella sola area urbana e di cui resta traccia in alcuni toponimi cittadini. Il Silvestri menziona ancora una cartiera, una fabbrica di colori, piccole produzioni di canapa e di lino, una fabbrica di birra, di candele, l’importante industria dei laterizi. Inoltre, il raccoglitore delle riformanze conta 36 mulini da grano e 46 da olio. Questo stato di isola felice parve entrare in crisi e decadere tra il 1860 e il 1870. In quegli anni in cui la città fu una località di frontiera chiuse il lanificio dei frati francescani di Colle dell’Oro, scomparvero le imprese artigiane dedite alla lavorazione del lino e della canapa e cinque delle dodici che conciavano pelli. L’azienda cotoniera Fonzoli fu venduta e trasformata in tessitura di flanella, sotto il nome di “Lanificio Gruber & Co.”. Per tornare alla ferriera, con atto del 29 marzo 1886 lo stabilimento passò alla ditta Angelo Sinigaglia, la quale installò tre forni Siemens. In questo periodo la fabbrica copriva la superficie di 12.000 mq e produceva ferro profilato e a squadra, getti in ghisa e vario macchinario agricolo. Nel 1890 la produzione era di 2600 tonnellate di ferro ed occupava 150 operai. Nel 1893 la ferriera si dotò di un proprio canale di derivazione dal Nera, lungo 1.650 metri: questo convoglia l’acqua poco a monte delle strutture di presa del canale Nerino. La caduta era di dodici metri e la forza motrice azionava due turbine per i laminatoi, una ruota idraulica per i torni, una turbina per l’officina meccanica e la segheria, i magli e i ventilatori a cilindri. Dopo un periodo di inattività, con atto del 30 dicembre 1897, gli eredi Sinigaglia cedettero la ferriera alla Società delle Ferriere Italiane di S. Giovanni Valdarno. Nel 1899 l’attività era in piena ripresa: erano impiegati 300 operai e 15 fra tecnici e impiegati. Si produceva ferro tondo e quadro, ferri piatti, profilati di varia forma. Era attiva una fonderia di bronzo di grandi capacità, mentre l’officina meccanica continuava la produzione di macchinario vinicolo e oleario. La superficie occupata dallo stabilimento era di 25.000 mq di cui quasi la metà coperti. In quel periodo operavano a Terni, nel settore meccanico, anche la ditta Bosco, la ditta Monar e la ditta Ferraro. Nel 1905 la Società delle Ferriere Italiane cessò definitivamente la propria attività metallurgica e metalmeccanica a Terni. L’impianto venne successivamente utilizzato da diverse imprese, tra le quali la Società anonima Cooperativa per l’Esercizio delle Arti Meccaniche e Metallurgiche di Terni, che, dal 1910, installò le proprie officine. Vi si installò poi la Società IDROS, costituita il 19 febbraio 1916, e, con essa, ebbe inizio la produzione chimica di idrogeno, ossigeno, azoto e perfino di energia elettrica. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, sia la IDROS che la Società Cooperativa per l’Esercizio delle Arti Meccaniche e Metallurgiche, ottennerò commesse dall’amministrazione militare per forniture sia di bombe che di ossigeno. Con decreto del gennaio 1918 lo stabilimento fu dichiarato ausiliario di guerra. La IDROS, già dal 1917, cercava disperatamente di aumentare la potenza elettrica a sua disposizione per sfruttare un proprio sistema di fissazione dell’azoto atmosferico sotto forma di ammoniaca sintetica, il cui mercato era, in quegli anni, particolarmente consistente; ma la domanda venne accolta solo nel 1920 e in misura ridotta rispetto al bisogno.

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