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Il Fabbricone di Prato

La qualificazione di Prato nelle produzioni tessili risale al XII secolo, le produzioni di panni erano regolate dalla corporazione dell’Arte della Lana. Già nel XI secolo la lavorazione della lana risulta sviluppata, la sua affermazione è dovuta soprattutto alla presenza del fiume Bisenzio e alle particolarità della terra di Galceti, impiegata per la lavatura.

Nel XIII secolo si sviluppa in città e lungo la Val di Bisenzio la fabbricazione dei tessuti, i lanaioli si specializzarono nell’impiego della lana e si dedicano all’Arte di Calimala, un tipo di lavorazione che rendeva i panni più morbidi.

Lo stemma dell’Arte della Lana è presente nell’antica pieve di Prato, nella porta laterale e sulla volta della crociera, realizzati in occasione dei lavori di ingrandimento dell’edificio, compiuti tra il 1317 e il 1356, affidati a Giovanni Pisano, prova quella consorteria fosse preposta alla direzione dell’opera. Già nel 1298 era rappresentata da quattro Consoli, ai quali il Comune affidava funzioni di governo. Nel XIV secolo i lanaioli erano riuniti nella Corporazione dell’Arte della Lana e regolavano la fabbricazione ed il commercio dei panni attraverso gli Statuti, strumenti normativi in perpetuo aggiornamento. Francesco di Marco Datini (1335-1410) fu un importante promotore dell’attività tessile, il cui prodotto in breve raggiunse molti paesi europei, forte dell’uso sapiente di lane pregiate e coloranti.

Nel XV secolo i frutti dello sviluppo impresso al settore dal Datini e della particolare perizia nella fabbricazione garantiva a Prato un periodo fiorente, ne sono testimonianza le pregievoli opere d’arte, che venivano commissionate a grandi maestri, quali Filippo Lippi, Giuliano da Sangallo, Mino da Fiesole e altri.

La decadenza politica ed economica dell’Italia nel XVI e del XVII secolo segnò una crisi del settore tessile che conobbe una nuova crescita solo negli ultimi anni del Settecento con la produzione di berretti di maglia esportati nei mercati arabi.

Il Sacco del 1512, compiuto dalle milizie spagnole, dette un ulteriore colpo all’economia di Prato.

Nel XVIII secolo la politica economica del Granducato di Toscana, retto dai Lorena, favorisce l’attività tessile, venne costituita la Camera di Commercio che sostituì le corporazioni. Alla fine del secolo nacque il primo importante lanificio, fondato da Giovacchino Pacchiani e Vincenzo Mazzoni, in via del Carmine, fra Palazzolo e il Mercatale, il primo lanificio a ciclo integrale, con produzione di tessuti finissimi. Lo stabilimento acquisì presto grande prestigio, tanto che fu visitato, nel 1809, dalla granduchessa Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone. In apprezzamento del Lanificio il Granduca stabilisce, nel 1788, un premio in denaro sui berretti prodotti ed esportati, una sorta di incentivo all’export ante litteram.

Nella prima metà del XIX secolo si ha il passaggio ai sistemi di produzione industriale, l’impiego di filatoi, garzi, cimatrici e calandre meccaniche ha avuto come battistrada Giovan Battista Mazzoni, uomo colto e geniale, che laureatosi alla Normale di Pisa e perfezionatosi a Parigi, ha messo a frutto i suoi saperi a Prato, perfezionando le macchine per filatura e progettando nuovi modelli. Grazie anche alla sua opera si cominciano a sentire gli effetti positivi della rivoluzione industriale, il cui evento determinante è quando, a metà del secolo, viene utilizzato il procedimento di rigenerazione dei ritagli di tessuti di sartoria, delle maglie e di indumenti usati. Questo materiale che proveniva da varie parti del mondo, veniva selezionato con cura e trasformato meccanicamente nella cosiddetta lana rigenerata che consentiva di produrre, anche miscelata con lana vergine, tessuti cardati di ogni tipo a prezzi competitivi. Questi prodotti conquistano i mercati mondiali e l’attività tessile pratese progredisce in modo deciso e costante.

La disponibilità di manodopera specializzata catalizzò l’attenzione degli imprenditori stranieri sull’area. Nel 1882 la famiglia ebraica dei Forti, i quali esercitavano a Prato il mestiere di merciai, costruì nella periferia cittadina e in Val di Bisenzio grandi stabilimenti lanieri, con più di mille operai, realizzando anche La Briglia, presso Vaiano, una piccola città fabbrica, con case operaie, scuola, negozi, ambulatorio, chiesa e teatro. Poco dopo, nel 1887, le famiglie austriache Kossler e Mayer impiantarono a Prato quello che per tutti sarebbe diventato il Fabbricone.

Intorno alla metà del secolo furono tantissime le famiglie che incentrarono le proprie attività nel settore tessile, seppure provenienti dalle più disparate esperienze di impresa, tra le quali ricordiamo i Bardazzi, Cai, Calamai, Campolmi, Cangioli, Caramelli, Dei, Panerai, Querci, Romei e Targetti.

Nuove opportunità si presentarono, nello stesso periodo, con la lavorazione delle lane rigenerate dai residuati tessili, gli stracci, secondo procedimento messo a punto in Inghilterra e perfezionato a Prato. In questo processo di lavorazione il cernitore selezionava oltre 250 tonalità di colore, prima fase della produzione di tessuti cardati, esportati principalmente in Africa e in Asia.

Tra la fine dell’Ottocento eprimi decenni del Novecento l’industria tessile locale si giova delle commesse militari, dei dazi e delle politiche autarchiche per rafforzarsi, alla vigilia della seconda guerra mondiale è un grande polo tessile, che può competere con i più importanti centri del tessile italiano, Schio, Busto Arsizio, Biella e Como.

L’espansione del distretto pratese inizia nel secondo dopoguerra, tra il 1950 ed il 1981 il numero degli addetti tessili passa da 22.000 a 60.000, in un periodo in cui in Europa il settore registra forti cali occupazionali. Negli anni Sessanta viene avviato un processo di rinnovamento dei macchinari e delle tecnologie, insieme all’impiego di materie prime rigenerate, il settore si indirizza su materiali qualitativamente superiori. La diversificazione produttiva apre la strada verso la realizzazione di articoli di alta qualità, con l’impiego di fibre pregiate quali lane vergini, cachemire, seta, lino, cotone, viscosa, microfibre, ecc. I prodotti tessili pratesi vengono scelti dai grandi stilisti italiani e stranieri. Agli inizi degli anni ’80 Prato è un emblema del successo del Made in Italy.

La crisi del comprensorio inizia a manifestarsi negli anni Novanta, a seguito del calo di domanda di prodotti cardati, allora principale specializzazione dell’industria tessile locale, che si registra sui mercati internazionali. Si innesca un processo di progressivo riposizionamento delle imprese, che si manifesta soprattutto attraverso un’accentuazione dei fenomeni di ampliamento e diversificazione della gamma produttiva. Accanto agli articoli cardati vengono introdotte nuove tipologie di tessuti quali il lino, il cotone, il misto seta/lino, il velluto, la viscosa, il cupro, l’acetato, il poliestere, i tessuti non tessuti, etc. Nei primi anni ’90 il distretto registra una nuova fase di sviluppo, testimoniata in particolare da un notevole recupero di competitività, accanto a tessuti e filati nascono grandi marchi come Annapurna, Osvaldo Bruni, Sasch, Patrizia Pepe, Franco Rossi, ecc.

L’area è divenuta negli ultimi decenni fortemente attrattiva per gli immigrati, tra i quali primeggiano i cinesi, 4.000 lavoratori regolari e una comunità di circa 15.000 persone per la gran parte insediati nella Chinatown di via Pistoiese e di via Bologna. Si è sviluppato un distretto industriale parallelo nel settore della confezione e della maglieria, circa 1.100 aziende, costruito soprattutto su lavoro nero e sfruttamento intensivo della manodopera, che, fortemente competitivo sul fronte dei costi, ha portato alla chiusura di attività italiane.

A Prato l´import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi 10 anni, prevalentemente tessuti grezzi che a Prato vengono tinti e rifiniti. Nel solo primo semestre 2007 si sono registrati 600 milioni di euro in transazioni finanziarie da Prato alla Cina.

Il distretto pratese è oggi tra i più importanti in Italia, vi operano oltre 7000 aziende e 40.000 addetti, con una produzione annua di circa 70.000 articoli e circa 350 milioni di metri di tessuto per abbigliamento, arredamento, impieghi tecnici.

Dopo esser diventato un luogo dismesso esempio di archeologia industriale, nel 1974 viene utilizzato dal celebre regista teatrale Luca Ronconi che ne fa uno dei più grandi centri teatrali sperimentali d’Italia. Oggi il Fabbricone, all’interno della direzione del Teatro Metastasio è un teatro con 364 posti a sedere e che offre una alternativa al tradizionale cartellone. Vengono presentati spettacoli alternativi e sperimentali all’interno dello spazio ristrutturato nel 2000.

Per approfondimenti sul distretto tessile: Saverio Langianni , Paolo Sambo, “Il distretto tessile di Prato (Scarica Pdf)