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I musei del lavoro industriale in Italia

Una identificazione (e delimitazione) precisa dei musei dell’industria non è agevole, vi sono infatti musei scientifici che hanno un rapporto diretto con la storia delle tecnologie industriali, è il caso del Museo Leonardo Da Vinci di Milano, che ultimamente ha assunto il nome di “museo della scienza e della tecnologia” per sottolineare un legame innegabile, fattosi sempre più stretto e cogente, al di là della lamentata separatezza tra scienza e industria nel nostro Paese.  D’altro canto esistono musei del lavoro contadino che forniscono elementi su una vicenda che ha assunto un andamento travolgente: l’industrializzazione se non la scientificizzazione dell’agricoltura. In ogni caso sono numerosi i musei che documentano la meccanizzazione del lavoro contadino, simboleggiata dall’introduzione del trattore e delle prime macchine agricole, mentre vi sono musei etnografici non privi di interesse per la storia delle industrie.

Una ulteriore dimensione a cui qui si può solo dedicare un accenno concerne la cultura operaia, le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici di fabbrica e delle loro famiglie. Sia pure con impostazioni differenziate esistono musei dedicati al mondo del lavoro industriale in tutti i Paesi europei, ed è possibile individuare, a grandi linee, i principali modelli nella rappresentazione della cultura operaia: quelli sorti per influsso dell’archeologia industriale, quelli legati alla storia della tecnologia di impianto positivistico, quelli legati al movimento operaio e alla storia del lavoro, quelli attenti alla quotidianità piuttosto che all’innovazione. Su questo sfondo, che rimanda a peculiarità nazionali, si sta affermando una sorta di modello europeo che combina l’adozione delle nuove tecnologie sul piano dell’allestimento e della divulgazione con la centralità dell’asse storico-sociale dal punto di vista dei contenuti. L’Italia è rimasta estranea a questo movimento, facente perno sulla rivendicazione della dignità e valore del lavoro industriale. Da noi, al contrario, mentre si diffondeva in profondità, ben oltre il tradizionale triangolo di Nord-Ovest, il processo di industrializzazione dell’economia e modernizzazione della società, si aveva un’ampia diffusione dei musei della cultura contadina ma nessun museo dedicato alla condizione operaia. L’investimento ideologico oscurava l’attenzione per gli aspetti concreti della storia operaia, dal sapere tecnico alla vita quotidiana. Anche l’attenzione del mondo imprenditoriale per la propria storia era scarsa se non assente.
Solo di recente la situazione è cambiata, sull’onda del forte e rinnovato interesse che un po’ ovunque si sta manifestando per i musei, a cui si affida la memoria del Novecento e di un modo di produrre travolto  dall’avanzare della “nuova economia” globalizzata. In questa ottica gli operai di fabbrica non sono diversi dai contadini, anch’essi appartengono ad un “mondo che abbiamo perduto”. Non è quindi un caso che negli ultimi anni si sia registrata una diffusione a macchia di leopardo dei musei del lavoro industriale concretizzatasi soprattutto verso “musei spontanei”, di ambito locale, dedicati al lavoro di fabbrica o di miniera.

Agli inizi in Italia, come negli altri Paesi europei di vecchia industrializzazione, erano sorti, nella seconda metà dell’Ottocento, dei musei aventi per obiettivo di far conoscere e propagandare lo sviluppo delle industrie, nonché per sostenere la ricerca scientifica applicata alla tecnologia. Il primo fu quello di Torino del 1872, chiamato Regio Museo Industriale Italiano, che contribuì poi alla nascita del Politecnico della capitale subalpina. In questa fase, nonostante la ristrettezza della base industriale, c’è il tentativo di realizzare un rapporto forte e continuativo tra ricerca e industria, scienza e tecnica, senza disdegnare le arti applicate. I “musei industriali” di impronta positivistica, così come altre istituzioni dell’epoca, perseguono una saldatura riformistica tra università e mondo del lavoro. Nei decenni successivi, dopo il consolidamento di una vera base industriale, paradossalmente tali istituzioni vennero smantellate, e si dovettero attendere gli anni Cinquanta perché il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, concepito molto prima, potesse aprire i battenti.
Per capire tali esiti, accanto al peso di una tradizione aulico-letteraria di lungo periodo, non vanno dimenticati altri influssi culturali  particolarmente efficaci perché poco o nulla contrastati da diverse concezioni della cultura. Richiamiamo soltanto l’egemonia dell’idealismo, secondo cui la Wissenschaft, in quanto scienza non utilitaria, implica la rigida subordinazione del sapere tecnico: solo il sapere per il sapere esprime la nobiltà dello spirito indifferente ai bisogni materiali ed inferiori della vita. In questo ambito i musei possono svolgere unicamente una limitata funzione pedagogica, in vista di una illusoria democratizzazione della scienza; il che apriva la strada agli attacchi dell’alta cultura élitaria e delle avanguardie artistiche contro i contenitori di memoria congelata, visti, nell’età delle “esposizioni universali” e della produzione di massa, ora come sorpassate macchine ideologiche ora come vettori della mercificazione.
L’Italia, nella fase di avvio della sua rivoluzione industriale, ha notoriamente sofferto della carenza di materie prime e fonti energetiche per l’industria, mentre è riuscita a sviluppare alcuni significativi comparti delle attività di trasformazione, sino a diventare un Paese industriale di notevole importanza. Non a caso la sua posizione nella graduatoria mondiale dei Paesi più industrializzati è rimasta pressoché invariata nel corso dell’ultimo secolo. Nonostante queste caratteristiche, i musei dedicati alla storia dell’industria non sono riusciti ad affermarsi, neppure alla conclusione del ciclo fordista, sull’onda dell’archeologia industriale, ultimamente diffusasi  anche a livello di insegnamenti universitari, al di là della “moda” dei primi anni Ottanta. Si può dire che il settore che ha ricevuto le maggiori attenzioni, specie da parte del sistema delle autonomie, è quello minerario, di importanza marginale nel modello italiano di industrializzazione.
Anche in questo caso i progetti sono rimasti spesso sulla carta, ma non mancano musei e parchi minerari operativi o che stanno per diventarlo. In Valle d’Aosta è stato costituito dal 1990 il Museo minerario alpino di Cogne, dedicato ad illustrare lo sfruttamento (sino al 1979) del giacimento di magnetite più alto d’Europa. Non è però mai decollato e l’attività si limita a visite guidate. Scarsi risultati ha avuto anche l’istituzione, nel 1992, del “Museo minerario regionale” che dovrebbe articolarsi in diversi poli siderurgico-minerari. In Piemonte, a Prali, Val Germanasca, una zona del pinerolese con giacimenti di talco e grafite, è stata aperta con successo una miniera-museo. Musei e percorsi museali, più o meno attrezzati, sono stati dedicati in Liguria all’estrazione della pietra di ardesia e in Toscana all’importantissima vicenda del marmo di Carrara, in contesti di grande suggestione ambientale e storico-sociale. Di qualche interesse è anche il museo del marmo di Botticino (Brescia). Esemplare, e in rapida espansione, anche per il diverso contesto culturale, è il Museo provinciale delle miniere di Vipiteno (Bolzano). Oltre alla sede museale di Vipiteno, comprende la miniera e gli impianti di Monteneve-Ridanna, un villaggio minerario, le miniere di rame di Predoi. È uno dei pochi esempi italiani di museo open air pienamente funzionante. In provincia di Brescia, nell’ambito del Parco Minerario dell’Alta Val Trompia, sono visitabili i poli museali “Le miniere di Pezzaze” e la “Miniera S. Aloisio”. In diverse regioni sono allo studio o sono stati formalmente istituiti diversi musei minerari di indubbie potenzialità turistico-culturali. Quelli già aperti e che funzionano al momento non sono molti; oltre a quelli realizzati in Toscana, di cui si dirà dopo, segnaliamo il Museo Minerario di Gambatesa nel chiavarese (Genova), il Museo storico minerario dello zolfo di Perticara (Pesaro) e, tra i progetti, il Parco-museo del petrolio a Vallezza (Parma) promosso dall’Agip e dall’Api. Un capitolo da ricordare è quello dei numerosi progetti di valorizzazione delle aree minerarie dismesse della Sardegna che dovrebbero sfociare nell’istituzione del Parco Geominerario, Storico e Ambientale, incentrato sul bacino del Sulcis-Iglesiente.

In Piemonte l’esistenza di una importante storia industriale e molte iniziative di studio non hanno prodotto risultati significativi e innovativi nel settore dei musei industriali. In occasione della mostra “Civiltà delle macchine”, svoltasi nel 1990 al Lingotto di Torino, uno degli organizzatori notava: «ho avuto modo di constatare, cercando di rimettere insieme materiali e pezzi antichi, come le aziende non tengano nulla del loro passato» (F. Mortillaro). Ma proprio i musei aziendali, con preminente attenzione per il marketing, costituiscono il filone più ricco e diversificato presente nel panorama italiano. A Torino, nel campo del patrimonio storico-industriale, è da segnalare l’attività di studio e conservazione dell’AMMA (Associazione degli industriali metallurgici e meccanici) che promuove la rivista “Culture della Tecnica”. Presso il Politecnico di Torino esiste, dal 1987, il Museo delle attrezzature per la didattica e la ricerca, che raccoglie parte dell’eredità dell’ottocentesco Regio Museo Industriale. Assieme al Museo ferroviario piemontese (riconosciuto dal 1978 ma privo di sede espositiva) dovrebbe essere ricollocato nelle ex Officine ferroviarie Grandi Riparazioni, in controtendenza rispetto alla scelta  di cancellare le grandi strutture ex industriali della capitale subalpina, per la saldatura di spinte speculative e culturali. 
Una peculiarità del Piemonte è rappresentata dalla costituzione di numerosi ecomusei. La rete degli ecomusei della provincia di Torino si articola in ben 27 siti. Segnaliamo: ad Alpignano, l’ecomuseo dedicato ad Alessandro Cruto, inventore della lampadina; ad Avigliana il museo “Dinamitificio Nobel”; a Chiari, l’ecomuseo del tessile; a Cirié l’impegnativo progetto di realizzare un ecomuseo dell’IPCA, una delle fabbriche simbolo del disastro ambientale, ecc. Molto attenti alle tradizioni industriali locali sono l’Ecomuseo del Biellese e l’Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone (comprendente la Fondazione “Museo Arti e Industria” di Omegna). Nella capitale piemontese la realizzazione più significativa interessa marginalmente il mondo dei musei della tecnica e dell’industria, merita però di essere segnalata per la qualità e originalità degli allestimenti.
La sfida di riconvertire a contenitore museale la Mole Antonelliana ha avuto un indubbio successo: il Museo Nazionale del Cinema dedica attenzione agli aspetti tecnico-scientifici del precinema, per il resto si occupa di consumi piuttosto che di lavoro, in ogni caso è uno dei migliori esempi di musei di nuova generazione realizzati in Italia.

Concepito negli anni Trenta il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, inaugurato nel 1953, è il più grande museo industriale italiano. Diviso in numerose sezioni espositive di complessivi 23.000 mq su un totale di 40.000 mq, copre un arco cronologico e tematico molto vasto, avendo come fulcro ideale la figura di Leonardo Da Vinci, a cui il museo è dedicato. 
In tempi recenti, anche con mostre temporanee, si è cercato di rinnovare un’impostazione delle collezioni di tipo ottocentesco, bisognosa di radicali innovazioni concettuali e di allestimento. Il Museo vive principalmente sulla fruizione didattica, che copre circa l’80% delle visite, anche per il rapporto istituzionale mantenuto a lungo con il Ministero della Pubblica Istruzione. In questo settore il rinnovamento è stato più incisivo, con la creazione di “laboratori” interattivi che incontrano il favore di docenti e allievi. Nel 2000 è stata realizzata la trasformazione del Museo in Fondazione di partecipazione e sono stati individuati quattro progetti strategici per lo sviluppo del Museo, dedicati rispettivamente a: il Dipartimento del Mare; il Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Alimentazione; Milano energia e ambiente 2000; il Museo Virtuale. Accanto al ruolo tradizionale di conservazione delle collezioni, l’accento viene posto sulla diffusione della cultura scientifica. È un’impostazione coerente con l’identità e la funzione svolta dal Museo milanese, mentre rimane sacrificata la storia sociale della tecnica e del lavoro, un campo di studi che da noi è poco frequentato specie nei suoi sviluppi novecenteschi, da cui la presenza marginale dell’Italia in associazioni quali l’ICOHTEC (International Committee for the History of Technology). 
Si tratta di un approccio che sta avendo qualche peso negli studi di archeologia industriale, settore in cui molto intenso è stato l’impegno dei Musei Civici di Lecco. Si segnala la realizzazione di un percorso attrezzato nella Valle del Gerenzone (“la via del ferro”) e di due itinerari nel territorio lariano (“le vie della seta”) che dovrebbero rilanciare l’attività di alcuni musei industriali del settore: il Museo didattico della seta di Como inaugurato nel 1990, il rinnovato Civico Museo Setificio di Abbadia Lariana all’interno di un filatoio e di una filanda ottocenteschi, il  Museo della Seta Abegg di Garlate, con un grande torcitoio in legno del XVIII secolo. Sempre nel settore tessile merita di essere ricordato il Museo del Tessile e della tradizione industriale di Busto Arsizio, con una notevole collezione di reperti otto-novecenteschi, e una lodevole attenzione per i portatori di handicap (laboratori per non vedenti).
Innumerevoli i progetti non decollati, come il Museo d’area dell’archeologia industriale lungo il medio corso dell’Adda, dove vi è una concentrazione di monumenti di primario interesse (Ponte in ferro di Paderno, opifici, centrali idroelettriche, ecc.). Complessa è l’operazione di conservazione del villaggio operaio di Crespi d’Adda, inserito nella lista dei siti di interesse mondiale dell’Unesco, l’attività attuale si limita per altro alle sole visite guidate. Un Museo dell’Industria e del Lavoro e parco archeologico-industriale è stato da tempo proposto per Sesto San Giovanni, una delle culle della grande industria italiana, e dovrebbe sorgere prossimamente in una piccola porzione dell’area ex Breda.
Ugualmente laborioso risulta il varo del Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia, intitolato ad Eugenio Battisti, principale ispiratore degli studi di archeologia industriale in Italia. La realizzazione del Museo è stata promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti, a cui si è unita la Fondazione Civiltà Bresciana. Nonostante la mancanza, ad ora, di una sede adeguata  sono state costituite sezioni di notevole importanza, sia per quel che riguarda i settori tipici dell’industrializzazione bresciana e lombarda (in primis tessile e meccanico) sia allestendo sezioni speciali (cinema e media). Recentemente un Accordo di Programma tra numerosi enti stanzia le risorse per la realizzazione delle opere su quattro poli espositivi: a Brescia città, in una fabbrica dismessa, di 15.000 mq, sede principale; in periferia il Museo del Ferro di S. Bartolomeo; in Val Camonica il Museo dell’energia idroelettrica di Cedegolo; a Rodengo Saiano in Franciacorta il magazzino visitabile del sistema. Per la Lombardia, infine, meritano di essere segnalati il Museo della Tecnica Elettrica presso l’Università di Pavia, imperniato sulle collezioni ENEL e SIRTI, di recente realizzazione, nonché il Museo del Design in corso di realizzazione presso la Triennale di Milano.

Passando al Veneto non muta un panorama caratterizzato da progetti rimasti sulla carta, ovvero che con ostinazione vengono tenuti aperti nonostante le solite difficoltà. A ciò è da aggiungere la scarsa incisività culturale di strutture di straordinario significato storico, si pensi al Museo navale dell’Arsenale di Venezia, che non riescono nemmeno lontanamente a svolgere un’attività paragonabile a quella di musei analoghi in altri Paesi europei.
Segnaliamo comunque l’importante lavoro di studio e recupero svolto nel vicentino. Mettendo in rete vari piccoli musei esistenti in provincia, è sorto il Museo Territoriale dell’Industria Vicentina (ora confluito nella rete dei Musei dell’Alto Vicentino), con musei sia industriali che etnografici. 
In Liguria merita di essere segnalato un importante museo marittimo, inaugurato nel 2004, il Galata Museo del Mare, su 10.000 mq e 17 sale espositive, si tratta di una realizzazione di forte impegno che si inserisce nella grande operazione di valorizzazione culturale del “porto antico”.
Uno dei più significativi musei dell’industria sorto in Italia negli anni Novanta è il Museo del patrimonio industriale di Bologna, localizzato alla periferia della città in una fornace Hoffman, nei pressi del Canale Navile. Il nucleo centrale delle collezioni è rappresentato dai materiali didattici (disegni, modelli, macchine, ecc.) sedimentati in più di un secolo di attività presso la scuola-officina Aldini Valeriani. Partendo da tale realtà il museo rivolge particolare attenzione alla formazione tecnica e alla storia della piccola e media industria meccanica bolognese, sino alle produzioni attuali (packaging, ecc.). Un’altra importante sezione del museo è dedicata all’industria serica (sec. XIV-XVIII) con la ricostruzione di un grande modello di mulino da seta, antesignano del sistema di fabbrica. Il museo, inizialmente denominato Casa dell’innovazione, è dotato di strumenti di comunicazione interattivi, svolge attività divulgativa e di ricerca e pubblica una rivista di buona qualità (il semestrale “Scuolaofficina”).

La Toscana, che vanta un patrimonio storico-industriale di grande importanza, è una delle regioni più ricche di progetti, e non mancano alcune realizzazioni concrete. Tra queste si segnala il Museo della miniera di mercurio di Abbadia San Salvatore (Siena), nonché il Museo della Geotermia di Larderello (Pisa). Molto ambizioso, e di difficile realizzazione, l’auspicato sistema museale del ferro nell’area litoranea e nell’isola d’Elba, un territorio in cui le attività estrattive e produttive dagli Etruschi giungono sino ad oggi.
C’è un evidente squilibrio tra ciò che esiste, ad esempio il Museo di storia e arte delle miniere di Massa Marittima (Grosseto), o il simbolico Museo del ferro di Follonica (Grosseto) e quel che si dovrebbe fare per conservare storia e memoria di un importante passato industriale – si pensi a Piombino. Per il periodo più recente segnaliamo la realizzazione del Parco Minerario Naturalistico nell’area della grande miniera di pirite di Gavorrano (Grosseto), e il recupero culturale delle strutture antiche e medioevali di Campiglia Marittima (Livorno), il cui successo, anche di pubblico, dimostra la percorribilità della valorizzazione del patrimonio storico industriale. Sempre in Toscana, già alla fine degli anni Ottanta, è stato istituito l’Ecomuseo della montagna pistoiese. Una formula che, istituzionalizzata in Piemonte, sta incontrando successo da molte parti anche per il diffondersi di una generica sensibilità ambientalistica, che viene variamente coniugata da questo tipo di musei dedicati ad un tema di lunga tradizione storica: l’industria e gli impianti industriali nelle campagne. Merita di essere segnalato in tale ambito l’Ecomuseo di Argenta (Ferrara), che ha di recente recuperato l’imponente struttura della idrovora del Saiarino, in un originale progetto dove i servizi museali coesistono con una struttura di governo delle acque, ancora in funzione, esempio unico in Italia.

Nonostante l’innegabile squilibrio Nord-Sud anche in tema di industrializzazione, l’Italia centro-meridionale non è certo priva di un passato produttivo di grande interesse storico, sia per le fasi premoderne che per il Novecento (si pensi a casi come Terni o Napoli). Il panorama dei musei dell’industria, o comunque di strutture deputate alla conservazione e studio del patrimonio industriale, è nondimeno ancora più rarefatto che nel Settentrione. 
A Roma il museo dell’energia elettrica realizzato dall’Enel (1988), con un’impostazione alquanto tradizionale, è stato chiuso e le collezioni sono state destinate al museo dell’elettricità realizzato presso l’Università di Pavia. Notevole successo ha invece incontrato l’esperienza fatta presso la ex centrale Montemartini di Roma (via Ostiense), dove, accanto ai macchinari della prima centrale elettrica romana, l’Art Center Acea ha allestito una mostra di antiche sculture provenienti dai Musei Capitolini. Gode altresì di notevole favore, specie presso il pubblico scolastico, il Museo storico delle poste e delle telecomunicazioni. Nell’ambito del “Progetto Musis”, per altro mai decollato, è stato costituito un polo di archeologia industriale e storia del lavoro che, al momento, può contare sulle collezioni dell’ITIS Galilei di Roma. 

In Campania sono stati tenuti a battesimo i primi studi italiani di archeologia industriale, di sicuro il filone che ha dato il maggior impulso al rilancio dei musei dell’industria dopo decenni di abbandono. Le ricerche animate da Eugenio Battisti su San Leucio, interessante esempio di utopia illuministico-industriale, da tempo avrebbero dovuto concretizzarsi in un Museo della seta. Non sembra, invece, che le grandi aree ex industriali di Napoli siano destinate ad ospitare strutture dedicate alla storia e memoria industriale della città; tra le opzioni forti in direzione della scienza e della natura, la fase industriale, per altri versi attualissima, rischia di essere cancellata. In ogni caso un grande recupero di archeologia industriale è stato realizzato con la “Città della scienza”, inaugurata nel 1996 e allestita in alcuni edifici della gigantesca ex area industriale di Bagnoli. Sicuramente l’intervento più vistoso a livello nazionale nel campo della diffusione della cultura tecnico-scientifica.
Di grandi dimensioni, ma attualmente chiuso, è il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Portici, ubicato nelle officine meccaniche volute nel 1840 da re Ferdinando II di Borbone. Ancora riconducibile al filone dell’archeologia industriale è l’Ecomuseo delle ferriere e fonderie di Calabria, dedicato al “polo siderurgico” delle Serre calabresi. E sempre in Calabria è da segnalare il Museo laboratorio del tessile a Soveria Mannelli (Catanzaro).

Si è detto della scarsa attenzione delle imprese italiane per il loro passato storico. Su questo sfondo, dopo il maturare di qualche attenzione per gli archivi, anche il patrimonio industriale in senso lato ha cominciato a suscitare qualche cura da parte dei suoi principali titolari, il mondo delle aziende. A tal fine è risultato prezioso il lavoro di sensibilizzazione per la cultura storica svolta da strutture quali il Centro per la cultura d’impresa di Milano, la Fondazione Ansaldo di Genova, la Fondazione Dalmine (Bergamo), la stessa Fondazione Micheletti di Brescia che hanno variamente attirato l’attenzione sulla conservazione e lo studio del patrimonio storico-industriale delle aziende. In tale ambito una svolta si è avuta con la recente istituzione dell’Associazione Italiana musei e archivi d’impresa “Museimpresa”. 
Segnalando che un forte impulso in questo settore è stato dato dalla Provincia di Milano con l’istituzione di un “Sistema di musei di impresa”, forniamo qui di seguito un elenco puramente esemplificativo di musei industriali aziendali: il Museo Kartell di Noviglio (Milano); il Museo Iso Rivolta di Bresso (Milano); la Zucchi Collection Museum di Milano;  il Museo Beretta a Gardone Valtrompia (Brescia); il Museo Marzoli a Palazzolo sull’Oglio (Brescia); il Museo storico dell’Alfa Romeo ad Arese;  il Museo della Tecnica Ferruccio Lamborghini a Funo di Argelato (BO); il dinamico Museo della Ducati a Bologna; vari musei della carta, tra i quali il Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano (AN), dedicato alla fabbricazione della carta dal XIII secolo ad oggi; il Museo Civico della Bilancia di Campogalliano (MO), sorto ad opera della Cooperativa Bilanciai, con un’impostazione storica rigorosa. Segnaliamo infine il Museo Piaggio di Pontedera (Pisa) che, per consistenza e impostazione, segna un salto di qualità nell’ambito dei musei d’impresa. 
Tra i numerosi musei aziendali in campo alimentare ed enologico ricordiamo almeno il Museo dell’Olivo della Fratelli Carli ad Imperia, dove l’obiettivo promozionale è raggiunto attraverso una ricostruzione efficace e di notevole eleganza espositiva. Un altro settore che vanta una forte tradizione espositivo-museale è quello dell’automobile, oggetto simbolo della modernità contemporanea. Citiamo il noto Museo dell’Automobile di Torino e il recente Museo delle Mille Miglia di Brescia.
Un’esperienza molto interessante è quella dei musei legati ad uno specifico distretto produttivo, una peculiarità del sistema economico italiano che ha avuto un innegabile successo, portando l’industrializzazione ben al di là del vecchio “triangolo” e dimostrando forti capacità competitive. Segnaliamo in tale ambito il Museo dello Scarpone e della Calzatura sportiva di Montebelluna (Treviso), nonché i diversi musei dell’occhiale sorti in provincia di Belluno.
I musei aziendali apparentemente si collocano agli antipodi dei musei spontanei, di forte impronta identitaria e comunitaria, ma in realtà può anche esserci convergenza allorché il valore aggiunto dato dalla tradizione storica, una sorta di certificato di qualità, o che almeno è recepito come tale dai consumatori, viene a coincidere con la memoria collettiva locale, che vi riconosce la propria storia e ne va orgogliosa. Il museo diventa una sintesi della storia di quella comunità, percorsa attraverso i prodotti del lavoro e del sapere tecnico di generazioni non più del tutto anonime. 

Più in generale se si considera il differenziale di velocità tra i tempi dell’innovazione tecnologica e quelli della sua assimilazione a livello sociale e culturale, si comprende la funzione che possono svolgere strutture museali non incentrate esclusivamente sulla conservazione e divulgazione delle tecnologie e del patrimonio industriale del passato ma capaci di funzionare come centri di ricerca, di discussione e riflessione attorno allo snodo tecnica-società, confrontandosi con i complessi problemi che derivano alle nostre società post-moderne dalla compresenza di differenti dinamiche storico-temporali. Ci pare che questa sia una via da percorrere per dare sostanza al tempo presente in un mondo sempre più permeato dalla tecnologia industriale e soggetto alla tentazione di liberarsi della storia, appiattendosi sul presente. Gli stessi musei dell’industria possono soggiacere a questa spinta inseguendo il futuro, ed essendone sempre superati, come nel caso degli science-center di ispirazione americana. È vero che per catturare il pubblico, esperite le risorse dell’interattività e della virtualizzazione, perfettamente allineate con l’attuale modo di produrre centrato sulla progettazione e simulazione, non resta che puntare sulla spettacolarizzazione, facendo leva sulle emozioni e il gusto estetico di visitatori-consumatori disponibili a farsi coinvolgere in un’esperienza inusuale. I livelli di lettura e di fruizione possono però essere molto diversi, dal gioco alla conoscenza, dall’emozione alla riflessione; in fondo si tratta sempre di fare un viaggio dentro la tradizione forte della modernità, di allestire una macchina culturale in grado di aiutare la comprensione del mondo. In ogni caso una bella sfida all’uso politico della storia che ha preso piede nella stampa e nei media, con una concentrazione agitatoria e ripetitiva attorno a pochissimi temi, contribuendo allo svuotamento e rarefazione dell’esperienza storica. In controtendenza rispetto alla velocità crescente delle cancellazioni imposte dall’innovazione tecnologica incontrollata, i musei del lavoro industriale si prefiggono di salvare gli oggetti, i documenti, i “monumenti” cruciali della modernità contemporanea, proponendo una storia in pubblico per la gente comune, una storia sociale e politica della tecnica.
Su questo sfondo che richiama interessanti realizzazioni europee, il panorama italiano dei musei dell’industria non è certo soddisfacente, ma presenta segnali di cambiamento. Oltre ai numerosi progetti mai portati a conclusione, c’è un alto numero di musei regolarmente istituiti ma che esistono solo sulla carta, altri che dopo la fase iniziale sopravvivono a se stessi; in particolare la formula del museo locale, mutuata dai musei contadini o etnografici, si rivela di scarso respiro, avendo come esito una frammentazione localistica.
Per i musei dell’industria la soglia dimensionale ha un peso strategico; d’altra parte, considerata la situazione di scarsa sensibilità per l’archeologia industriale e il patrimonio storico-industriale, risulta difficile il decollo di un museo dell’industrializzazione di rilievo nazionale. È un problema di disponibilità di risorse ma anche di concezione del museo in rapporto alla variegata storia dell’industria nello specifico contesto italiano. Il ritardo accumulato rispetto agli altri Paesi europei è notevole ma la quantità di progetti e proposte dimostra che il problema è sentito, e che vi sono i presupposti per una stagione di rinnovati dibattiti e di qualche concreta realizzazione.

Bibliografia
- M. Amari, I musei delle aziende. La cultura della tecnica tra arte e storia, Angeli, Milano, 1997.
- L. Basso Peressut, Musei per la scienza. Spazi e luoghi dell’esporre scientifico e tecnico, Lybra, Milano, 1998.
- Museo dell’Industria e del Lavoro “Eugenio Battisti”, a cura di M. Negri e P. P. Poggio, Roma, 1999.
- Touring Club Italiano, Turismo industriale in Italia, Milano, 2003.
- M. Negri, Manuale di museologia per i musei aziendali, Rubettino, Soveria Mannelli, 2003.

 

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