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Marcello Modica. elettrochimico di Papigno.
Marcello Modica. elettrochimico di Papigno.

Il fotografo Marcello Modica: no alla demolizione della passerella Telfer e del magazzino, strutture di rara bellezza

Marcello Modica, architetto, è un apprezzato fotografo di siti industriali dismessi e di paesaggi di tutta Italia e in Europa. I suoi lavori sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche internazionali ed esposti in mostre. Per Marcello i luoghi del lavoro sono ancora vivi, “Still Alive”. Infatti, egli scrive, “le rovine dell’era industriale sono una parte essenziale della nostra storia, anche se spesso vengono distrutte e lungi dall’essere considerati patrimonio, per mezzo della fotografia ho intenzione, almeno, di preservare la loro memoria visiva”.

Marcello Modica. elettrochimico di Papigno.
Marcello Modica, elettrochimico di Papigno.

L’ex stabilimento elettrochimico di Papigno, vera e propria pietra miliare della storia dell’industria chimica italiana, è in pericolo. Un tempo lontano questa meravigliosa cittadella industriale incastonata nel paesaggio mozzafiato della Valnerina, a poco più di un km dalle Cascate delle Marmore, faceva dell’Italia il terzo paese al mondo nella produzione di carburo di calcio, dopo la Germania e il Giappone. Dismesso da oltre quarant’anni, il complesso industriale di Papigno rappresenta oggi un perfetto esempio di stabilimento chimico ante-litteram, nonché uno straordinario “manuale” di architettura industriale. L’origine antica (1901) e l’impetuoso sviluppo nel corso della prima metà del secolo ci hanno restituito una magnifica stratificazione di edifici e strutture, come ad esempio la Centrale Velino-Pennarossa, la Sala Claude, la Cabina Anglo-Romana, il Magazzino Calciocianamide e la passerella Telfer, per citarne alcuni. Proprio gli ultimi due manufatti, che rappresentano una fase cruciale nello sviluppo della fabbrica – quella della produzione di calciocianamide, il precursore dei moderni fertilizzanti azotati -, sono stati recentemente oggetto di ipotesi di demolizione da parte dell’Amministrazione comunale di Terni – proprietaria di gran parte dell’area dal 2003. Avendo avuto modo, in anni recenti, di visitare ripetutamente lo stabilimento dismesso, non mi meraviglio affatto di quest’ultima presa di posizione. Essa persegue infatti un modello di gestione del patrimonio pubblico estremamente dannoso non solo per il patrimonio stesso, ma anche e soprattutto per il territorio, l’economia e la società che da quel patrimonio dovrebbe trarre beneficio. Il caso di Papigno è emblematico. Un complesso di tale rilevanza storico-architettonica, situato in una zona di forte attrattività turistica e per di più in una città come Terni che vede ogni giorno di più sfumare la sua base economica e produttiva, dovrebbe essere al centro delle politiche pubbliche di valorizzazione territoriale. Anzi, sarebbe dovuto essere, visto che di anni ne sono passati oltre dieci dall’acquisizione pubblica del sito. E in tutti questi anni, a fronte di un totale disinteresse del comune di Terni verso una delle sue proprietà più importanti, la fabbrica di Papigno ha assisto inerme alla manomissione (e in taluni casi distruzione) di una serie di impianti e macchinari di notevole pregio, come le turbine superstiti della Centrale Velino-Pennarossa o gli apparecchi per il frazionamento dell’aria liquida della Sala Claude, da parte di trafficanti di metallo che agiscono indisturbati all’interno del vasto sito ex industriale. Oltre a questo, naturalmente, l’assenza totale delle più elementari opere di messa in sicurezza e manutenzione delle strutture ha favorito il decadimento generale del sito. Un degrado per così dire voluto, quello della fabbrica di Papigno. Un degrado inaccettabile, esito di una chiara e precisa volontà pubblica. La stessa volontà che, in un paese normale, dovrebbe spendersi anima e corpo per la tutela e la valorizzazione attiva di un patrimonio di tale importanza. Perchè questo non accade, o accade molto raramente? E’ un problema sostanzialmente culturale, che niente o poco ha a che fare con la cronica mancanza di fondi e la farraginosità della burocrazia. Salvo casi eccezionali, infatti, in Italia gli amministratori della cosa pubblica sono persone che ignorano il valore del patrimonio che sono chiamati ad amministrare. Di conseguenza, gli abusi al territorio, al paesaggio alla storia e alla cultura diventano la norma. Il problema assume caratteri di drammaticità se si considera che questi abusi, spesso irreparabili, condizionano direttamente le possibilità di sviluppo di un territorio, il suo futuro. Prendiamo ad esempio Papigno. Per un sito come l’ex stabilimento elettrochimico potrebbe prospettarsi una trasformazione speculativa basata sulla cancellazione totale delle preesistenze oppure un recupero conservativo basato sulla valorizzazione delle preesistenze e sul recupero di un luogo storico e fortemente identitario. Nel primo caso il beneficio derivante dall’operazione sarebbe limitato a pochi (investitori immobiliari privati e “facilitatori” pubblici), e soprattutto si tratterebbe di un beneficio quasi immediato, proprio in termini di ritorni economici. Le ricadute sulla collettività sarebbero, nel migliore dei casi, nulle. Nel peggiore, invece, avremmo la deturpazione di un paesaggio culturale unico in Italia e la distruzione di un patrimonio storico qual’è la fabbrica stessa. Diversamente, nel secondo caso avremmo benefici notevoli per tutta la comunità ma spalmati sul lungo periodo, cioè non immediatamente percepibili e quantificabili. Una trasformazione conservativa di un sito ex industriale obbliga infatti a considerare l’inserimento di funzioni pregiate di tipo culturale, più difficili da finanziare ma molto spesso con notevoli ritorni di immagine ai fini della promozione territoriale. Legando queste funzioni ad una buona struttura ricettiva e turistica, in un quadro progettuale di qualità che contempli la sostenibilità ambientale degli interventi di recupero, ecco che la fabbrica di Papigno diventerebbe il fiore all’occhiello di una nuova Terni, una città dal passato industriale che è stata capace di reinventarsi valorizzando proprio questa eredità materiale e culturale. Conoscendo la situazione di Terni ed in particolare del sito di Papigno devo constatare, con grande rammarico, che lo scenario più prossimo alla realtà è il primo dei due. L’imminente demolizione della passerella Telfer e del Magazzino della Calciocianamide, due strutture di rara bellezza, non può che confermare la mia spiacevole sensazione.

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