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Forma urbis

(Pubblicato in “Indagini” n. 82/2003)La tradizione europea che vuole la città come luogo diabolico della dannazione e del peccato, del comando e dello sviluppo, è, in Europa, antichissima. La questione era stata posta con vigore, nella prima metà del XII secolo da Bernardo di Chiaravalle, il quale sostenne che la città pone traguardi materiali e intellettuali che inducono a dimenticare che il soggiorno dell’uomo sulla terra è solo un passaggio, e addirittura suggeriscono comportamenti fatali. In seguito un neo malthusianesimo diffuso e ingiustificato ha sostenuto l’idea della concentrazione come promotrice delle possibilità offerte dalle tecniche costruttive e dalla scienza. Infine si è avuto il sopravvento della città metafora della comunicazione, della flessibilità esterna, della cosiddetta plug in city, fino alla perdita di importanza della localizzazione delle funzioni. La città è essenzialmente integrazione tra le funzioni stesse, si rapporta alle possibilità offerte dalla mobilità e dalla telecomunicazione di massa, a telelavoro, teleconferenze, Internet, ecc. Agli inizi del Quattrocento le élite temono l’affollarsi dei vagabondi nelle città, respinti da una società urbana rigidamente strutturata, in cui la mobilità sociale è molto ridotta. Mentre gli inglesi tentano di avviarli al lavoro nelle work house, sul continente Sisto V pensa di rinchiuderli in una filanda ricavata all’interno del Colosseo. Preludio alla soluzione europea della Grande Reclusione che si realizzò in Italia negli Alberghi dei Poveri di Genova, Napoli e Palermo.
L’inquietudine popolare riemerge alla metà del Settecento e genera, nel secolo successivo, una vera e propria paura delle folle insoddisfatte, della rivoluzione francese. Conseguenza ne furono, ad esempio, i massacri di Peterloo nel 1819 e di Milanonel 1898. Qualche tempo dopo furono le città immaginate da Garnier, da Le Corbusier, da Hilbeseimer, da Wright e altri a tentare di esorcizzare questa paura delle folle, dando a ogni vita il suo posto. Tony Garnier invia nel 1904 all’Ecole des Beaux Arts di Parigi il progetto di una città industriale, illustrazione di quella descritta da Zola in Travai!, pubblicato tre anni prima. Nei disegni di Garnier la città preesistente è appena un modesto villaggio, sulle colline sono gli ospedali e i sanatori, le dighe delle centrali idroelettriche, in basso lo stabilimento metallurgico da un lato e dall’altro, in un pianoro sopraelevato, le villette, le scuole e i quartieri residenziali e al centro i servizi collettivi e il municipio. Ricorda molto la nostra Temi, le sue acciaierie, i villaggi operai della zona di Campomicciolo ecc.
La città industriale di Gamier è, come quella di Zola, una città operaia dove la fabbrica è separata dalle abitazioni dei lavoratori, che vivono in quartieri giardino monoclasse, dove la casa comune sostituisce la chiesa, è una città socialista fatta di Grand Travaux e di case, latte, carbone, carne, trasporti collettivi a prezzi calmierati. Dopo la prima guerra mondiale la paura delle grandi masse è ormai esorcizzata, essendo queste ultime andate al massacro senza ribellarsi. In questo clima di declino del socialismo, ridotto a socialismo municipale, la città di Le Corbusier è rigorosamente classista. Gli operai vivono nelle città giardino della periferia, simili a quelle pensate da Gamier. In Italia il primo quartiere giardino fedele ai canoni fu il Regina Elena di Milano.
Temi all’inizio del XX secolo ha piani regolatori che non trovano operatività, anzi spesso l’iniziativa dei proprietari dei fondi viene legittimata a posteriori con un piano regolatore. Il Piano di Ampliamento del 1886 legittimò l’iniziativa edilizia privata dell’ingegner Cassian Bon, il Piano Beer del 1903 servì a regolarizzare le costruzioni dell’avvocato Pontecorvi.
Nel 1919 viene preparato il Piano Regolatore Di Vella, ingegnere comunale, che non è approvato nella sua globalità ma per stralci; prevede tra l’altro la costruzione dei quartieri Giardino e Battisti, i primi al di fuori della cinta urbana. Questo piano regolatore, di basso profilo, ripropone nella sostanza gli schemi urbanistici del 1885 (Possenti) e del 1886 (Commissione Edilizia). Per inciso questi nuovi quartieri saranno costruiti su terreni di proprietà dell’avvocato Pontecorvi, il cui architetto di fiducia è il Bazzani, e saranno destinati ai ceti medi. Il quartiere Giardino di Temi nacque nel periodo di maggiore sviluppo di questi tipo di quartiere in Italia, come una banalizzazione della sua idea originaria, non possedendo nemmeno un minimo di autonomia funzionale. I lavori erano quasi terminati nel 1937.
La Città Giardino è evocata comunque per sollecitare la borghesia colta a trasferirvi le ambizioni fino ad allora relegate nelle grandi ville di fine secolo, mentre Le Corbusier continuava a scommettere su una città che sembrasse una campagna e una casa cittadina che sembrasse una casa rurale, sebbene non come Howard, per comporre i conflitti sociali. Negli anni successivi il quartiere fu marginalizzato sia dalla amministrazione comunale, sia dalla cultura urbanistica. Il piano regolatore di Ridolfi e Frankl, del 1960, ne prevedeva addirittura il completo abbattimento, per fare luogo alla edificazione di palazzi di oltre dodici piani. Un nuovo piano regolatore si impose di necessità negli anni ’30, il fascismo, ormai saldamente al potere, aveva creato alcune nuove province, fra esse quella di Temi.
Dopo alcuni incarichi di progettazione rigettati prima che divenissero operativi, il podestà Almo Pianetti bandì nel 1932 un concorso nazionale per il piano regolatore di Temi, che fu vinto dalla cordata Bravetti, Lattes e Staderini. Il piano fu pronto nel 1934, si connotò per lo spostamento del centro da piazza Vittorio Emanuele a piazza Tacito. In quegli anni, precisamente tra il 1927 e il 1933, i CIAM, Congressi Internazionali di Architettura Moderna, animati da Le Corbusier, prepararono la Carta di Atene. La Carta proponeva una proporzionalità tra la ripartizione funzionale urbana e la ripartizione delle attività giornaliere, 1/3 lavoro, 1/3 svago, 1/3 sonno. Viene introdotto un criterio di ripartizione dello spazio cittadino in industrie e uffici, attrezzature per il tempo libero e residenze. Si pensa di seguire il procedimento di disaggregazione delle opere d’arte nelle loro componenti elementari, punto, linea e superficie, come sosteneva Kandinsky, e della loro successiva ricomposizione dipendente dal punto di vista dell’artista.
La città viene disaggregata in componenti monofunzionali, ricomposte, non secondo criteri estetici ma secondo i bisogni della funzionalità o della nuova estetica delle avanguardie. L’urbs, la città fisica, si doveva legare alla città morale, alla civitas, assegnando ad ogni cittadino una quota di conformistica felicità. Gli architetti moderni eleggono a loro tema privilegiato la casa popolare minima, ma anche la casa razionale di tutti e pensano la città come l’espressione dell’uguaglianza tra i cittadini, anche se le élite sanno ritagliarsi i loro quartieri privilegiati. L’arte della città rimase di fatto l’arte di gestire nell’urbs le differenze della civitas, esaltandole. La gente comune resta confinata nei quartieri periferici.
Di fatto l’impianto teorico degli anni trenta era concettualmente inconsistente e propagandistico, ciò che veramente resta è il culto dell’asse, Temi ne è una prova. Ridolfi ne disegnò la periferia all’antica, confermò gli assi di scorrimento con l’apertura di Corso del Popolo, abilmente sfalsato nei volumi e quindi distinto dalla tipologia ottocentesca. Nel frattempo gli architetti moderni erano penetrati nelle università diffondendo la tesi che l’architettura era una questione non estetica ma etica. Gli stili altri non avevano diritto di asilo in quanto non brutti ma sbagliati e immorali. L’architettura moderna si professava antifascista, quindi doveva partecipare al successo storico della democrazia parlamentare. I principi moderni hanno dato luogo ad un complesso di pratiche consistenti nell’individuare zone delimitate alternate a spazi non costruiti. Il paesaggio urbano si caratterizza per queste isole separate da spazi liberi uniformi e legate da strade gerarchizzate solo dal traffico, che potrebbero appartenere a qualunque città.
A questo soltanto si riduce il contributo degli urbanisti. Esempio ne sono a Temi le torri incastrate tra via Turati e viale Trento, la tremenda Alcatraz di via Mola di Bernardo, il muro di via Rossini o il villaggio Matteotti nuovo. La città italiana viene ridotta a un cumulo di progetti urbani la cui dimensione e il cui sito dipendono soprattutto dalla consistenza degli imprenditori immobiliari. Gli architetti sono autorizzati a progettare qualunque insieme di edifici e piazze del quale abbiano ottenuto un incarico professionale. I risultati si vedono ovunque, anche a Londra, a Berlino, a Parigi, ecc. Per inciso, gli autori della Nuova Opera di Vienna e della Galleria Vittorio Emanuele di Milano posero volontariamente fine alla loro esistenza sotto il peso delle critiche per le loro opere. I progettisti delle conigliere cui si faceva riferimento prima, nelle quali milioni di persone sono state costrette a vivere, avranno almeno provato un po’ di rimorso? Coloro che intendono provare a riparare il disastro sono gli stessi difensori della modernità che lo ha provocato. Non esistono di fatto basi culturali comuni o studi approfonditi, molto è affidato a progettisti estemporanei.
Per verificare basta confrontare la bibliografia contemporanea, piuttosto leggera, con la seria e approfondita ricerca teorica svolta fino alla metà del XX secolo da Cerda, Baumeister, Stubben, Unwin, Lavedan, Giovannoni, per citare solo alcuni nomi impegnati. Quindi, mi pare naturale a questo punto chiedere come sarà la città del futuro. La sua morfologia è stata canonizzata all’inizio del XX secolo come città della giustizia sociale, sulla spinta delle utopie socialiste del XIX secolo, come città del ritorno alla natura, sotto le varie forme della città giardino, e come città dell’efficienza tecnologica. Il futuro della città europea si svilupperà sulla base di tre condizioni: la storia di ciascuna città, la fittezza della rete insediativa e la storicità del paesaggio. Telematica e globalizzazione, forse semplici disturbi del segnale della storia, hanno tentato di recente di imporsi come le forze che danno forma all’organizzazione economica dello spazio.
Le cattedrali del XXI secolo saranno i grandi centri commerciali, poli di una moltitudine di servizi. Una volta consumate, nei prossimi anni, le riserve costituite dalla dismissione di aree industriali e militari si esaurirà la possibilità di disegnare nuovi spazi urbani di rilievo all’interno della città. Forse una grande battaglia al quel punto si giocherà sul contrasto alla privatizzazione dello spazio pubblico. Tuttavia emergono e si distinguono tre filoni principali di idea di città: la tecnopoli, città computerizzata delle comunità virtuali (forse qui Temi ha perso una grande opportunità di fare avanguardia con il fallimento di fatto del Centro Multimediale), l’ecumenopoli, concepita da Dioxadis come città ecologica e sostenibile, armonizzatrice del rapporto uomo ambiente, l’antropoli, che pone i residenti e i loro bisogni al centro del proprio interesse, avvalendosi della tecnopoli e dell’ecumenopoli.
Quindi la forma della città del futuro continua ad oscillare tra necessità e utopia, l’utopia urbana di Platone, Tommaso Moro, Francesco Bacone, Tommaso Campanella, fino al più recente torinese Paolo Soleri, con le sue megastrutture. La città futuribile dovrà passare da un sistema pianificato, sempre in ritardo sulla evoluzione scientifica e tecnologica, economica e sociale, a un sistema che apprende, quindi flessibile. Alla pianificazione si sostituisce un sistema di controllo e gestione, come negli organismi viventi.