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22 marzo 1955, la tragedia alla miniera di Morgnano (PG)

Alle ore 5,40 del 22 marzo 1955, pochi minuti dalla fine del terzo turno di notte, nel pozzo Orlando una sacca di grisou invase una galleria in tracciamento, diffondendosi nel reticolo scavato nel terreno. Trascorsi pochi minuti, implacabile, si verificò l’esplosione che uccise 23 minatori e ne ferì 18, dei 170 in servizio. Le indagini che seguirono la tragedia stabilirono che si era trattato di una fatalità connaturata con la stessa attività estrattiva, purtroppo inevitabile, evento che si era già verificato nel 1939, provocando la morte di altri 8 operai in una galleria adiacente al pozzo Orlando.

Il tributo di vite richiesto dalle miniere di lignite di Spoleto è stato molto alto nei suoi 86 anni di attività, e tuttavia l’impianto non fu mai equipaggiato con dispositivi di sicurezza atti a non innescare la combustione di gas sotterranei. Solo in occasione dell’incidente del 1955 si aprì una vera polemica sulle condizioni di sicurezza garantite dalla Società Terni, che deteneva la concessione della miniera. Addirittura in sede di Camera dei Deputati alcuni onorevoli denunciarono la condizione di insicurezza delle miniere, mentre la stampa si divideva tra chi come Il Giornale d’Italia, Il Tempo e Il Messaggero sposavano l’ipotesi della fatalità se non quella della negligenza degli operai, un po’ come è successo di recente per la tragedia della Umbra Oli di Spello, e chi, l’Unità e Il Paese, discuteva delle condizioni operative di insicurezza dell’impianto. L’Unità riportò la notizia secondo la quale qualche giorno prima dell’incidente minerario un operaio aveva avvisato il capo minatore di una concentrazione di gas superiore alla norma.

Il 26 marzo il Consiglio Comunale di Spoleto, con un non comunissimo senso della collettività, stabilì all’unanimità l’erogazione di un sussidio alle famiglie dei minatori morti nell’incidente.

Il direttore della miniera, Giuseppe Dolzani, fu accusato di omicidio colposo, le due perizie processuali giunsero a certificare cause molto distanti tra loro, la perizia eseguita da Ugo Ventriglia e Filippo Falini, stabilì che la causa dell’esplosione era da individuare nella accensione di una sigaretta da parte di qualche operaio, mentre la perizia del professor Mario Carta, individuò l’elemento scatenante dell’esplosione nelle scintille generate dall’impianto elettrico, che non era adeguatamente isolato, o antigrisoutoso, come si dice in gergo tecnico. Il processo si concluse nel 1961, in concomitanza con lo smantellamento delle miniere, con una assoluzione del direttore della miniera, imputando le cause dell’esplosione a una fatalità, nessun risarcimento fu previsto per le famiglie dei 23 minatori.

Il più bell’omaggio che la città di Spoleto ha reso a tutti i lavoratori della miniera di Morgnano è il museo che è stato realizzato, tra l’altro con non comune gusto, nell’area del pozzo Orlando, un luogo della memoria, particolarmente per i cultori dell’archeologia industriale e, soprattutto, per le generazioni successive a quella che “ha tirato la carretta” al prezzo di indicibili sacrifici, anche nelle miniere, in Italia e all’estero.

Per approfondimenti:

Le miniere di lignite in Umbria

 

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